Al momento stai visualizzando La vertenza dei lavoratori della logistica nel gruppo Leonardo a Torino – di Michele Racanelli

Per un sistema contrattuale che risponda in modo coerente alle professionalità e garantisca equità, tutele e dignità

Nel pieno di una fase storica segnata dal riarmo e dall’aumento delle spese militari, le grandi aziende della difesa registrano utili e commesse miliardarie. Tra queste, Leonardo rappresenta un caso emblematico. Ma dietro i risultati economici si nasconde una realtà meno visibile: quella dei lavoratori degli appalti logistici. Negli stabilimenti del gruppo, la logistica è interamente esternalizzata e affidata a società che applicano il contratto Multiservizi, tra i meno retribuiti, nonostante le mansioni siano complesse e altamente specializzate. I lavoratori gestiscono sistemi avanzati, materiali sensibili e componenti aeronautici, arrivando a svolgere attività sempre più vicine alla produzione. A fronte di queste responsabilità, le condizioni restano precarie: salari più bassi fino a 400 euro al mese rispetto a contratti adeguati, assenza di premi e servizi, uso diffuso di lavoro interinale e part-time spesso solo formali, con decine di ore di straordinario. Il risultato è un paradosso evidente: mentre cresce il valore del settore e delle aziende, il lavoro che lo sostiene resta sottopagato e poco tutelato. Una logistica essenziale ma invisibile, che riflette le contraddizioni di un modello produttivo fondato sulla compressione dei diritti.
Dopo mesi di mobilitazione e confronto, la vertenza sindacale ha iniziato a produrre risultati concreti. Lo sciopero nazionale del dicembre 2025, che ha visto il coinvolgimento di una parte significativa delle lavoratrici e dei lavoratori dell’appalto, ha rappresentato il primo vero momento di rottura. A questo è seguito un percorso strutturato: incontri con la direzione aziendale di Iscot [una società che offre Servizi Tecnici per le imprese. Iscot “offre pulizie tecniche, manutenzioni e logistica industriale”, opera oltre che che in Leonardo, in grandi aziende nei settori della grande distribuzione, alimentare, automotive, ecc. ed è presente anche in Argentina, Brasile e Polonia, ndr], assemblee partecipate che hanno coinvolto tutte le maestranze e, infine, la proclamazione dello stato di agitazione culminata nello sciopero del 10 marzo 2026.
La mobilitazione ha segnato un punto di svolta nella trattativa, aprendo la strada a un obiettivo fondamentale: il passaggio, entro l’estate, dal contratto collettivo nazionale Multiservizi a quello della Logistica e Trasporti. Non si tratta semplicemente di un miglioramento economico, pur rilevante. Il cambio di contratto rappresenta soprattutto il riconoscimento formale delle competenze e della professionalità espresse quotidianamente da queste lavoratrici e lavoratori. Attività complesse, ad alto contenuto tecnico e con rilevanti responsabilità non possono più essere inquadrate in un sistema contrattuale pensato per mansioni generiche e a basso valore aggiunto.
A partire dal 15 aprile prenderanno il via le trattative per l’armonizzazione contrattuale, un passaggio delicato ma decisivo per rendere effettivo questo cambiamento. Sarà in questa fase che si misurerà la reale volontà delle parti di riconoscere dignità e tutele adeguate a chi opera in questo settore.
Questa vicenda apre però anche una riflessione più ampia sul ruolo e sull’organizzazione del sindacato. Già nei XVI Congresso della Filcams-Cgil e della CGIL nel 2023 avevamo rinnovato la determinazione ad individuare macro-aree contrattuali più coerenti con l’evoluzione del lavoro. A distanza di quasi sei anni dall’avvio di questa riflessione, appare evidente quanto sia urgente costruire percorsi concreti che consentano di ricondurre le attività lavorative ai contratti più appropriati, ridimensionando l’incidenza di applicazione in aree improprie di contratti collettivi – come quello dei Multiservizi che nel tempo hanno visto le organizzazioni padronali sceglierne una applicazione estensiva e spesso impropria, in settori coperti da altri Contratti collettivi. Il rischio, altrimenti, è quello di continuare ad alimentare un sistema in cui le differenze contrattuali non riflettono le reali condizioni di lavoro, ma diventano strumenti per comprimere salari e diritti.
Se da un lato questa vertenza potrebbe concludersi con un esito positivo per le lavoratrici e i lavoratori coinvolti, dall’altro non si può ignorare che esistono ancora ampie fasce di addetti che svolgono mansioni analoghe senza avere le stesse prospettive di riconoscimento. Per questo, la questione non può essere ridotta a una semplice contrapposizione tra contratti “migliori” o “peggiori”. Il punto centrale è costruire un sistema che sappia rispondere in modo coerente alle professionalità presenti nel mondo del lavoro, garantendo equità, tutele e dignità indipendentemente dal perimetro formale in cui si colloca il rapporto di lavoro.

(consegnato in redazione il 19 aprile 2026)