Al momento stai visualizzando Da Alghero alla firma del Cia Lidl – di Laura Langasco

Il 20 febbraio è stato raggiunto l’accordo sul nuovo Contratto integrativo aziendale di Lidl Italia, catena di supermercati discount del gruppo tedesco Schwarz, presente in Italia dal 1992 con oltre 780 punti vendita, 12 centri logistici e più di 23.000 dipendenti

Quando ho iniziato come RSA nel mio punto vendita di Alghero non pensavo di arrivare fin qui. Non avevo un progetto grande in testa. Avevo solo una cosa chiara: non volevo più far finta di niente. Vedevo colleghe stanche. Vedevo colleghi piegati da turni che cambiavano all’ultimo momento. Vedevo carichi di lavoro sempre più pesanti perché il personale non bastava mai. Pressioni continue sui risultati. Sicurezza messa da parte quando diventava “scomoda”. Diritti trattati come concessioni. E ogni volta mi dicevo non può essere normale. All’inizio non è stato facile. Non è facile in una realtà come LIDL, dove l’organizzazione è molto rigida, i ritmi sono serrati e parlare di diritti sembra quasi un atto di ribellione. Perché quando sei una donna ad alzare la testa vieni osservata di più.
Se sei determinata sei “esagerata”.
Se sei ferma sei “aggressiva”.
Se insisti sei “problematica”.
Ho dovuto imparare a non farmi intimidire. A non chiedere scusa per il fatto di voler far rispettare dei diritti.
A non abbassare la voce per risultare più accettabile.
Tante volte mi sono sentita sola, poi ho capito che non lo ero.
Insieme alla Filcams di Sassari, insieme a chi mi ha sostenuto prima Maria Teresa Sassu, e chi ha continuato dopo Costantino Loi, abbiamo iniziato a costruire qualcosa.
Quasi per caso ho cominciato ad aiutare anche altri negozi della provincia. E lì è scattato qualcosa: ci siamo guardate negli occhi e abbiamo capito che quello che vivevamo non era un problema di un punto vendita, era un problema diffuso.
Così è nato il coordinamento provinciale. Non per fare “struttura”, ma per non sentirci più isolati. Per non pensare che se qualcosa non funzionava era colpa nostra. Quando un collega aveva paura ad esporsi, lo si accompagnava.
Quando c’era da decidere per uno sciopero, non lo faceva una persona sola: lo decidevamo insieme.
E lì ho visto la cosa più bella. Ho visto lavoratori e lavoratrici trovare coraggio. Persone che all’inizio dicevano: “Ma vale la pena?”… “e se poi mi mettono nel mirino?”.
E poi, piano piano scegliere di esserci.
Il percorso verso il Contratto Integrativo non è nato in un ufficio.
È nato nelle tante assemblee, nei magazzini quando non ci ascoltava nessuno, nei parcheggi dopo il turno.
È nato dall’ascolto che ogni giorno manda avanti il punto vendita.
Più salario. Regole più chiare sui turni. Tutele vere sull’organizzazione del lavoro. Rispetto.
E voglio dirlo con chiarezza: il contratto integrativo nazionale non lo hanno fatto le RSA. Lo hanno ottenuto i lavoratori e le lavoratrici che hanno scioperato. Scioperare significa perdere salario, esporsi, tornare a casa e chiedersi se ne varrà la pena. Ho visto persone con mutui, figli, contratti part-time scegliere di incrociare le braccia. Ho visto donne che già reggono il peso del lavoro e della cura famigliare dire: “adesso basta”. Quella è stata la vera svolta.
Come Rappresentante sindacale territoriale della Filcams-Cgil per me è stato un peso enorme e un onore ancora più grande. Coordinare. Rassicurare. Tenere insieme. Soprattutto nei momenti in cui la trattativa sembrava ferma e la stanchezza si faceva sentire. Momenti in cui essere donna, rappresentante sindacale e lavoratrice insieme sembrava essere troppo. Ma ogni volta che entravo in un punto vendita e vedevo che non ero sola, capivo che dovevo andare avanti. È così quello che era partito da Alghero è arrivato sul tavolo nazionale. Sedersi lì, insieme ad altri territori, e contribuire a scrivere e firmare il Contratto Integrativo Aziendale di LIDL è stato un momento che non dimenticherò mai. Non per la firma, ma per il percorso.
Quel contratto oggi significa miglioramenti economici. Significa più tutele sui turni. Significa regole più chiare. Significa dire che il valore prodotto ogni giorno non può essere tutto a senso unico.
È costato esporsi quando sarebbe stato più comodo stare zitti. Ma è stato un atto di dignità collettiva.
Non sono orgogliosa solo del risultato, sono orgogliosa delle persone. Delle colleghe che hanno trovato voce. Dei colleghi che hanno superato la paura. Di chi ha capito che da soli si è più vulnerabili, ma insieme si è più forti. Dal mio punto vendita al tavolo nazionale non è stato un salto. È stato un cammino fatto passo dopo passo, insieme.
E se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato è questa:
la dignità del lavoro non è una concessione. Non è un favore. Non è qualcosa che ci viene regalato. È qualcosa che si costruisce.
Con coraggio. Con fatica. Con la solidarietà. E soprattutto insieme.

(consegnato in redazione il 26 febbraio 2026)