Dal movimento dei consigli (1992-1994) al referendum del 2003 per estendere l’obbligo di reintegro ex articolo 18 per i lavoratori licenziati illegittimamente (parte seconda)
Ci ritrovammo, delegate e delegati, a realizzare con una certa incoscienza (avevamo di fronte il Governo Berlusconi!), ma con convinzione, una importante battaglia politica generale utilizzando il referendum.
Il 9 maggio 2002, presso la sala stampa di Montecitorio, annunciammo la costituzione del Comitato nazionale promotore per i referendum abrogativi di parti rilevanti dell’articolo 18, relativi a “reintegrazione nel posto di lavoro”, nonché di tutto l’articolo 35 dello Statuto dei Lavoratori che limitava il campo di applicazione della legge, stabilendo che le norme relative alla libertà sindacale e all’attività sindacale si applicassero soltanto alle imprese industriali e commerciali con più di 15 dipendenti.
Affermavamo: “Il diritto a non essere licenziati senza giusta causa oggi riguarda solamente il 15 % delle imprese e il 36% dei lavoratori dipendenti. Esso deve diventare un diritto universale, e le tutele e le norme che rendono effettiva la nostra Costituzione e la Carta dei diritti fondamentali devono avere carattere generale ed essere di tutti. Siamo di fronte a una questione di diritto, di giustizia, di eguaglianza e di civiltà; una questione che è divenuta centrale non solo rispetto al futuro dei lavoratori, ma anche come misura della civiltà della nostra società”.
I depositari dei due quesiti referendari sugli articoli 18 e 35 non furono attivisti di partito, non fu il “referendum di Rifondazione”, come ancor oggi strumentalmente definito), ma delegate e delegati sindacali e singoli cittadini. Il 28 febbraio del 2002, nella Cancelleria della Corte di Cassazione in Roma, Palazzo di Giustizia, si presentarono Paolo Cagna Ninchi (Comitato per le libertà e i diritti sociali), Giacinto Botti (Rsu Italtel), Pier Luigi Panici (avvocato), Franco Calamida (ex Parlamentare Dp), Giancarlo Cesare Toppi (delegato Slc-Cgil), Federica Manuela Cattaneo (delegata Filcams-Cgil), Angela Ruggieri (Rsu Upim)), Carlo Guglielmi (avvocato), Roberto Veneziani (ricercatore), Maria Pia Esposti (lavoratrice Cgil Corriere della sera), Rossano Rossi (Rsu Sammontana), Pietro Alò (Social Forum Roma), Pier Luciano Guardigli (Sindacato scrittori), Ugo Verzelletti (Rsu Iveco).” Mentre consegnavamo i documenti e firmavamo la richiesta referendaria in quel tetro ufficio, eravamo consapevoli della responsabilità assunta e che ormai non si poteva più tornare indietro ma solo andare avanti.
Sapevamo che quella scelta avrebbe creato serrati confronti. Si riuscì a riunificare un fronte sociale e politico significativo di sostegno, ma si sollevarono anche preoccupazioni legittime, dissensi e contrarietà sindacali e politiche trasversali: il 12 giugno 2002 il Comitato direttivo nazionale Cgil – Segretario Sergio Cofferati – votò un documento conclusivo che assunse la decisione storica di indire come Cgil un nuovo sciopero generale contro le politiche del governo Berlusconi. Erano 30 anni che la Cgil non dichiarava uno sciopero generale da sola! Ma contemporaneamente, con un voto a maggioranza, il Direttivo espresse contrarietà al ricorso al referendum sull’articolo 18, privilegiando l’azione di contrasto e di lotta contro i licenziamenti illegittimi e la raccolta di firme sulle proposte di legge da avanzare al Parlamento.
La Fiom, nel Comitato Centrale del 14 maggio 2002, approvava invece, con solo 6 astenuti, un documento conclusivo in cui si leggeva che la categoria dei metalmeccanici “prende atto della promozione di un’iniziativa referendaria per l’estensione dei diritti e delle tutele previste nell’art. 18 e nell’art. 35 dello Statuto dei Lavoratori e decide di partecipare con una propria autonoma caratterizzazione alla campagna referendaria che si configura come uno degli strumenti per affermare l’universalità dei diritti”.
Il Coordinamento nazionale dell’area programmatica “Lavoro Società-Cambiare Rotta” decise di “partecipare alla campagna referendaria relativa all’estensione dell’articolo 18 contro il licenziamento ingiustificato e l’abrogazione dell’articolo 35 dello Statuto dei Lavoratori, per consentire l’esercizio dei diritti democratici e sindacali in tutti i luoghi di lavoro”.
Il Segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, nel comunicare al Presidente del Comitato la decisione assunta dalla categoria, ribadì “la necessità che la campagna referendaria su art.18 e 35 non sia confusa con altre iniziative referendarie a cui la nostra organizzazione non partecipa, e abbia pertanto una gestione politica rigorosa. Per quanto ci riguarda, chiediamo e manterremo un rapporto con il Comitato Promotore per la gestione nelle diverse fasi della campagna referendaria”.
Gianpaolo Patta, Segretario nazionale Cgil e coordinatore dell’area di “Lavoro Società-Cambiare Rotta” il 29 maggio, in occasione dell’assemblea di costituzione del Comitato di sostegno nazionale, ribadì la preoccupazione di mantenere l’obiettivo primario del nostro referendum sociale, insieme alla necessità di tenere distinte le campagne referendarie per avere un maggiore coinvolgimento dei cittadini e per non trasformare la campagna referendaria in uno scontro tra forze politiche. Il 23 maggio 2002 avevo inviata una mia lettera al Presidente del Comitato e al Comitato nazionale nella quale si sottolineava la necessità che il Comitato promotore e la campagna nazionale mantenessero autonomia e chiarezza rispetto alle forze politiche, con una netta distinzione dei nostri referendum evitando sovrapposizioni o strumentalizzazioni dannose per tutti. Era necessario mantenere una distinzione e un’autonomia dai partiti depositari di altri quesiti referendari.
La precisazione si era resa necessaria dopo l’adesione alla campagna referendaria del Partito della Rifondazione comunista e dei Verdi, che avevano nel frattempo promosso autonomamente altri quattro quesiti referendari, uno sul divieto di finanziamento delle scuole private e tre su temi ambientali (contro il proliferare degli elettrodotti, contro i residui tossici negli alimenti e contro gli incentivi per gli inceneritori dei rifiuti).
Nell’assemblea nazionale di Roma il 29 maggio si costituì ufficialmente il Comitato Promotore nazionale “Giusta Causa, Stesso Lavoro Stessi Diritti”, composto dai 14 cittadini depositari dei quesiti e da una cinquantina di sindacalisti, delegati, giuristi, intellettuali, attori, registi, scrittori; il ruolo di Presidente fu affidato a Paolo Cagna Ninchi. Ci si dotò anche di uno Statuto (segue).
(consegnato in redazione il 13 gennaio 2026)
[La prima parte di questo articolo è stata pubblicata sul numero 2 di “reds” del febbraio 2026; la pubblicazione del testo proseguirà, salvo imprevisti, sempre nella pagina “old reds” – su “reds” di aprile 2026].
