Idecreti sicurezza del governo Meloni, gli interventi in materia di ordine pubblico, predispongono una legislazione per spingere la Magistratura (in Italia l’azione penale è obbligatoria) ad intervenire nelle controversie di lavoro per criminalizzare e sanzionare le forme di lotta adottate ed intimidire chiunque decida di protestare in modo significativo e visibile. Il messaggio per le forze di polizia è altrettanto chiaro.
Negli anni ’80, prima dell’arrivo al governo della destra fascista e fascistizzante – complice involontario lo stesso movimento sindacale confederale, incapace di ridurre a ragione i settori del mondo del lavoro egemonizzati da sindacati corporativi e di base – la legislazione sul diritto di sciopero ha introdotto limitazioni pesanti nel settore dei trasporti e nei cosiddetti servizi essenziali, per fortuna limitando l’intervento repressivo al livello sanzionatorio pecuniario per le organizzazioni sindacali, come è successo recentemente per lo sciopero generale contro il genocidio a Gaza del 3 ottobre 2025. Ora toccherebbe a quasi tutte le forme di lotta che accompagnano le agitazioni sindacali e gli scioperi.
Nel biennio 1968/69 furono oltre 14.000 gli operai e gli studenti denunciati. Anche chi scrive venne condannato nel 1970 per un picchetto. Nonostante il paese abbia vissuto nel 1977/78 una fase estremamente violenta sul piano sociale e affrontato un prolungato tentativo di insorgenza armata è sempre fallito il tentativo della destra eversiva e dei comandi Nato – dalla Strage di Stato di piazza Fontana a Milano nel 1969, all’attentato alla stazione di Bologna nel 1980 – di imporre con la strategia del terrore la svolta autoritaria prefigurata nel “piano di rinascita” della Loggia P2. Nonostante il codice Rocco (ereditato per continuità tra la Repubblica nata dalla Resistenza e lo Stato sabaudo e fascista), magistrati formatisi nelle aule universitarie degli anni 60 e successivi, pur rimanendo nella stragrande maggioranza orientati in senso moderato e di destra, hanno letto il codice di procedura penale in vigore con occhio “benevolo” verso i comportamenti determinati dall’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale. Per quel che riguarda le 14000 denunce del biennio 68/69 e quelle successive legate alle lotte antifasciste e a difesa della democrazia dei sei anni successivi, furono i provvedimenti di amnistia e indulto a “rimediare” e a salvare le fedine penali di migliaia di operai e studenti.
Meloni, Piantedosi e Nordio intendono rovesciare questa tendenza, modificando la legislazione, indurendo le pene, trasformando in intollerabili crimini comportamenti che l’opinione pubblica fin’oggi ha considerato “nobili” ed eticamente accettabili.
Un picchetto, il blocco delle merci ai cancelli, un corteo improvvisato e spontaneo, l’interruzione del traffico, una azione dimostrativa su una strada a lunga percorrenza o in una stazione, una occupazione di locali, tutti divengono comportamenti penalmente perseguibili e non solo con sanzioni pecuniarie. Per alcuni reati, anche le pene minime previste diverranno spropositate. L’intervento della polizia in funzione antisommossa potrebbe diventare la regola che sostituisce l’attuale confronto civile e pacato tra i sindacalisti e i funzionari di polizia in piazza, nell’intento comune di tutelare il diritto a manifestare e impedire degenerazioni sul piano dell’ordine pubblico. Lo stesso mitico “servizio d’ordine” che viene invocato perfino dalla destra quando ci rimprovera di “consentire” infiltrazioni di violenti nelle manifestazioni di massa potrà essere facilmente equiparato ad un gruppo “paramilitare”. Le denunce arrivate ai nostri compagni della Cgil di Massa sono un campanello d’allarme.
Ora, come sindacalisti, siamo di fronte a questioni rilevanti.
La prima riguarda la difesa delle nostre forme di lotta, anche quando siano ritenute illegali: non sempre la legge tutela il diritto e la giustizia.
La seconda: occorrerà grande accortezza e saggezza per prevenire azioni spontanee dei lavoratori che si prestino ad interventi repressivi, scegliendo comunque di stare sempre a fianco di chi manifesta, come hanno fatto i nostri compagni di Massa affrontandone le conseguenze con senso di responsabilità e appartenenza.
Dobbiamo camminare eretti e mantenere la schiena dritta: sempre e comunque dalla parte dei lavoratori.
Violare leggi ingiuste può essere necessario. L’obiezione è un dovere. Se le leggi sono ingiuste vanno cambiate.
(consegnato in redazione il 20 febbraio 2026)
