Studiando alcuni testi stranieri sulle lotte dei lavoratori della logistica mi sono imbattuto nel concetto di ‘choke points’, ovvero punto di strozzatura, che dà il titolo ad un bellissimo libro uscito per Pluto Press. [L’opera collettanea si intitola, per l’esattezza, “Choke Points: Logistics Workers Disrupting the Global Supply Chain (Wildcat)”, ndA]. Questi lavoratori occupano posizioni strategiche nei nodi vitali delle catene globali del capitale: quei punti di strozzatura dove merci e valore devono necessariamente passare. A differenza di altri settori, la logistica non può evitare certi snodi fisici (porti, ferrovie, depositi, terminal container) senza interrompere o ritardare gravemente il flusso di merci, il che rende questi luoghi punti di potenziale leva operaia eccezionale. Questi lavoratori, se organizzati, hanno la capacità concreta di paralizzare settori interi dell’economia globale; infatti, la rivoluzione logistica e il sistema intermodale (pensiamo ai container standardizzati) hanno reso il capitale estremamente dipendente dal movimento senza attriti di merci.
Uno degli esempi più significativi nel libro riguarda il caso dei lavoratori portuali di Durban (Sudafrica), raccontato da Peter Cole. Qui i docker si sono rifiutati, per decenni, di caricare o scaricare navi di stati razzisti o colonialisti usando il loro controllo sui flussi marittimi come arma politica a sostegno di lotte più ampie contro il razzismo e il colonialismo. È un esempio concreto di come i lavoratori della logistica possano estendere la solidarietà oltre le rivendicazioni economiche immediate, bloccando il commercio internazionale per motivi politici. Un altro caso cruciale, molto più contemporaneo, è quello degli scioperi dei camionisti portuali a Los Angeles e Long Beach. Questi lavoratori, spesso falsamente classificati come “indipendenti” per eludere la legislazione sul lavoro dipendente, hanno intrapreso quindici scioperi in quattro anni, guadagnandosi vittorie legali importanti, come il riconoscimento formale del loro status di dipendenti e indennizzi per salari non pagati. Il fatto che i camionisti operino nei terminal principali del primo complesso portuale americano ha amplificato il loro potere di negoziazione, mostrando come la concentrazione fisica del traffico merci sia una leva formidabile se i lavoratori riescono a sfruttarla.
Dal punto di vista teorico, gli autori del libro si oppongono radicalmente alla visione mainstream del supply chain management (la gestione della catena degli approvvigionamenti) che tratta il lavoro come un “costo” da minimizzare e la resistenza operaia come un problema da eliminare. Invece, attraverso l’approccio del ‘Global Commodity Chain’ (catena globale di gestione delle materie prime), si delinea una strategia di lungo termine che punta non solo ai siti di produzione ma soprattutto ai nodi logistici, come quelli petroliferi, minerari, ferroviari, portuali, che sono strutturalmente vulnerabili all’azione collettiva.
Il libro propone tanti esempi concreti di lotte nella logistica. Ad esempio Amazon in Polonia, dove i lavoratori raccontano condizioni di iper-sfruttamento, sorveglianza tecnologica e lavoro alienante. Nonostante repressioni e ostacoli, si sono organizzati in forme sindacali non riconosciute dal management riuscendo a contestare ritmi e condizioni. Qui il ‘choke point’ non è un porto, ma il magazzino come centro nevralgico di smistamento merci in Europa centrale. Oppure si parla dei camionisti palestinesi nei territori occupati. Schiacciati da colonialismo, militarizzazione e segregazione razziale, operano in uno dei supply chain più militarizzati al mondo. La loro resistenza (boicottaggi, appelli internazionali) mostra che anche sotto condizioni estreme di violenza strutturale, i lavoratori della logistica riescono a esercitare una qualche forma di potere. Mentre il capitale frammenta i lavoratori lungo le catene globali per dividerli (geograficamente, etnicamente, contrattualmente), la possibilità reale di interrompere i flussi critici di merci può rimettere i lavoratori al centro di una nuova capacità di lotta transnazionale.
