Al momento stai visualizzando Jorge Bergoglio, sindacalista del lavoro “buono” – di Riccardo Chiari

Senza lavoro non c’è dignità, non c’è futuro, non c’è pace sociale. Parole da sindacalista, quelle che il Papa venuto dalla fine del mondo mise nero su bianco in una lettera aperta scritta per il Primo Maggio del 2019. Un documento che pose le basi del movimento internazionale “The Economy of Francesco”, fatto di giovani economisti, imprenditori e promotori di economia sostenibile under 35, con l’obiettivo di ripensare l’economia secondo lo spirito del poverello di Assisi. Una economia più giusta e inclusiva, che mette al centro il lavoro, la dignità e il bene comune.

Come era successo tante, tante volte a Buenos Aires, megalopoli dove convivono le grandi ricchezze di pochi e la miseria di moltissimi, negli anni del suo pontificato Jorge Bergoglio ha incontrato operai, si è intrattenuto a parlare con i rider, ha ascoltato chi ha perso il lavoro o chi è costretto a lavorare senza diritti e tutele. E ogni volta ha rilanciato il suo messaggio.

Un messaggio profondamente vero, in una società contemporanea nella quale i principi costituzionali tesi alla realizzazione della persona umana, e al superamento dei vincoli e dei condizionamenti di ordine economico, sociale o politico che impediscono questo traguardo, sono sempre più messi in second’ordine. Quasi rigettati dall’odierna versione di quello che Luciano Gallino ha ribattezzato finanzcapitalismo, motore di guerre, stravolgimenti climatici, diseguaglianze dilaganti.

A riprova, Papa Francesco ha sempre parlato di “buon lavoro”, e non solo di occupazione in senso numerico, utile solo per le statistiche propagandate da chi detiene il potere politico. Per lui il lavoro doveva essere “giusto”, sicuro e retribuito in modo da lasciare spazio alla vita, agli affetti, al riposo. Le sue denunce della “cultura dello scarto”, della piaga della disoccupazione giovanile, della precarietà trasformata in regola e non in eccezione, non si contano. Sempre con un linguaggio diretto, popolare, in grado di essere compreso anche da chi non ha avuto la possibilità di poter, gramscianemente, studiare.

Nel salutarlo ancora una volta come “uomo di pace e di giustizia”, così come è stato ricordato sui campi dello sport, le sue parole restano come preziosa bussola per il presente e per il futuro: “Non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori. Il lavoro è la sfida del nostro tempo, e sarà ancora di più la sfida di domani. Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene. Perciò, mentre create beni e servizi, non dimenticatevi di creare lavoro, buon lavoro, lavoro per tutti”.

L’opposto di quella competizione senza fine e senza senso che, sfruttando in modo sempre più feroce gli esseri umani e la natura, ci ha portato alla “terza guerra mondiale a pezzi” denunciata già nel 2013, all’alba del suo pontificato.