Appena eletto denunciò senza perifrasi “la terza guerra mondiale a pezzi” che stava infestando il pianeta. Ricevendo in risposta il silenzio imbarazzato della politica, quella che tuttalpiù balbetta, quando non rivendica apertamente che non ci sono alternative; a riprova Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha recentemente adottato il motto “pace attraverso la forza”. A seguire, nei suoi undici anni e mezzo di pontificato, Jorge Bergoglio ha continuato instancabilmente a far sentire la sua voce, in una fase storica segnata da disastri finanziari e a cascata sociali nel ricco Occidente cui ha fatto seguito una pandemia sanitaria che ha investito tre quarti del pianeta, costringendo i padroni del vapore a rallentare, almeno per alcuni mesi, l’abituale, forsennata, ricerca del profitto a ogni costo. Infine seguita da due guerre ben visibili, a fronte di un’altra cinquantina di conflitti armati “nascosti” che pure recidono migliaia e migliaia di vite, e provocano sofferenze e devastazioni in egual misura.
In questo contesto il Papa della Chiesa cattolica è stato un gigante, anche della comunicazione, invocando fino all’ultimo respiro la pace, e la diplomazia, come unico antidoto alla “cultura della guerra” i cui agghiaccianti effetti sono sotto gli occhi di chi ha lo stomaco per leggere e, quando possibile, vedere.
Nel mentre la politica è rimasta spesso e volentieri afona. Pronta invece a omaggiare il pontefice appena defunto, con visibile partecipazione in favore di telecamere. Ma assente, di fatto, sia per far finire una guerra, quella russo-ucraina, che poteva e doveva finire tre mesi dopo l’invasione decisa da Vladimir Putin nel febbraio del 2022, sia per fermare la carneficina in corso da venti mesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Mentre Papa Francesco, con un filo di voce nel giorno della Pasqua dei cristiani, lanciava il suo ultimo messaggio “urbi et orbi” chiedendo per l’ennesima volta il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, l’ingresso di aiuti umanitari, la pace per il popolo palestinese e per quello israeliano.
“Mi piacerebbe essere Papa, sarebbe la mia scelta numero uno”, scherza Donald Trump. E non è un mistero che una parte significativa dell’episcopato abbia guardato con crescente insofferenza al pontificato di Bergoglio. La sua apertura verso migranti, clima, inclusione delle donne e omosessuali ha sicuramente scosso una chiesa conservatrice come quella Usa.
Papa Francesco non è un compagno, la dottrina evangelica non è certo il credo dei socialisti. Eppure nello spazio vuoto a sinistra di una politica che sostituisca all’Europa del manifesto di Ventotene quella del riarmo di von der Leyen, il Papa arrivato dalla fine del mondo ha creato un’empatia anche in laici convinti, perfino in qualche mangiaprete.
