Al momento stai visualizzando La riduzione dell’orario? La risposta alla precarietà strutturale – di Costantino Loi

Il tempo è tornato al centro del conflitto. Non solo per la fatica di chi lavora troppo, ma per l’incertezza di chi lavora troppo poco. Nel commercio, nella ristorazione, nei servizi, nel turismo, fino al vasto mondo degli appalti, la FILCAMS-CGIL conosce bene questa contraddizione: da un lato il part-time involontario che condanna a redditi insufficienti e orari imprevedibili; dall’altro i sempre meno allettanti e presenti full-time, logorati da turni spezzati e settimane di sei giorni. Due realtà solo in apparenza opposte, ma unite da un tratto comune: un mercato che ha già ridotto il tempo di lavoro, ma solo per convenienza delle imprese.
Le aziende vogliono tante “teste” part-time, più persone per più copertura. Se questa è la struttura che vogliono, allora la settimana di 40 ore non può più essere il paradigma da cui partono percentuali, paghe e rinnovi contrattuali. Un aumento pensato per chi lavora 40 ore, riproporzionato per una maggioranza di 20 ore, è un’illusione di equità.
La riduzione dell’orario non è un sogno del passato, ma una risposta concreta a un processo già in corso. Le aziende hanno “accorciato” i tempi, ma in modo asimmetrico, scaricando i costi su chi lavora. Rivendicare una graduale riduzione della settimana lavorativa, a parità di salario, significa rovesciare quella logica: trasformare la flessibilità imposta in diritto collettivo, redistribuire tempo, reddito e dignità. Non solo per lavorare di meno, ma per lavorare tutti, meglio, con più equilibrio e giustizia sociale.
È una battaglia che attraversa tutta la Confederazione generale italiana del Lavoro: la FIOM la lega al progresso tecnologico e alla redistribuzione della produttività; la FISAC la connette al benessere e alla sostenibilità dei carichi di lavoro nei servizi finanziari. Ora la FILCAMS deve portarla dentro i propri settori, dove la contraddizione è solo apparente: perché qui il tempo non è una variabile teorica, ma un pezzo concreto di salario, salute e identità. Solo contaminandoci e unendo queste esperienze dentro un unico quadrato rosso, la riduzione dell’orario può diventare una vera politica confederale sul tempo di lavoro.
Ridurre gradualmente la settimana lavorativa significa guardare avanti. La produttività non cresce più con le ore, ma con l’organizzazione, la formazione e l’innovazione. Nei nostri settori, la compressione dei tempi e la precarietà hanno ridotto la professionalità, peggiorato la qualità del lavoro e normalizzato il turnover o il part-time involontario a vita. Una politica sindacale sull’orario può diventare anche una spinta sociale per redistribuire valore, migliorare la vita delle persone e sostenere l’occupazione. Per la FILCAMS-CGIL tutto questo deve tradursi in azione concreta: nei rinnovi contrattuali, negli accordi integrativi, persino nella contrattazione territoriale.
Serve cominciare da qualche parte. Servono buone prassi: riduzioni progressive, monitoraggi mirati su produttività, lavoro supplementare e occupazione. Ogni sperimentazione, ogni accordo, ogni passo avanti è una crepa aperta in un sistema che vive sulla precarietà e sull’abuso del tempo.
Sarebbe ingenuo immaginare un cambiamento immediato, ma da qualche parte si deve cominciare. Ogni categoria, dai metalmeccanici ai bancari, dai servizi ai trasporti, può contribuire con colpi piccoli ma costanti. Anche la FILCAMS.
Picchiettare sul muro, insieme, punto dopo punto, settore dopo settore, finché l’intera struttura non cede. Non con una rivoluzione improvvisa, ma con la forza collettiva del lavoro tutto che non si rassegna e porta avanti una lotta comune.
Oggi, poi, questa battaglia si intreccia con la più grande trasformazione in corso: tecnologia sempre più avanzata e intelligenza artificiale. Le “macchine” promettono di liberare tempo umano, ma senza regole rischiano solo di cancellare lavoro e salario per il bene del capitalismo.
La riduzione dell’orario sarà la linea di confine per redistribuire la ricchezza prodotta dalla tecnologia e garantire che il progresso resti al servizio delle persone, non del capitale.
Né la CGIL né la FILCAMS possono permettersi di arrivare in ritardo. Ce lo chiedono le lavoratrici e i lavoratori. Anche quelli che ancora non si affidano a noi, ma che vogliono vedere un sindacato capace di guidare battaglie grandi, rivoluzionarie, di indicare un futuro migliore. È una scelta di campo, un atto politico e collettivo. Una sfida che dobbiamo affrontare insieme, dentro un unico quadrato rosso, perché il tempo torni dalla parte delle persone.

[consegnato in redazione il 30 ottobre 2025]