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Georges Brassens, la ricerca della parola come impegno

Noi italiani facciamo spesso dell’ironia sulla musica francese: un rapporto contrastato di amore e fastidio per uno stile musicale che ci suona compassato e malinconico oltre misura. Eppure, l’icona francese della musica, Georges Brassens, è stato il maestro, mai incontrato in realtà, del più grande interprete della musica italiana, Fabrizio De André. Per conoscere il genio e la poesia del musicista nato a Sète nel Sud della Francia poco più di cento anni fa, è utile, quindi, riascoltare alcune delle canzoni di Faber: Il gorilla, Morir per delle idee, La chiara fontana, Le passanti, versioni italiane di alcune canzoni di Brassens.

Georges Brassens è un personaggio affascinante la cui vicenda va oltre le sue canzoni: la strada per il successo non è stata infatti lineare e semplice. Sebbene si sia imposto come il più grande dei cantautori francesi, a lungo la sua speranza di arrivare alla notorietà è parsa irrealizzabile. Solo l’incontro con Patachou, pseudonimo di Henriette Ragon è stata impresaria musicale, cantante e attrice parigina, che nel suo locale a Montmartre canta le sue canzoni, permette all’ormai più che trentenne occitano di affermarsi.

Georges non è bello, ha un aspetto rude da campagnolo, suda abbondantemente quando sale sul palco e sembra sempre fuori luogo quando affronta il pubblico. Eppure Patachou riconosce subito la qualità del lavoro che Brassens produce. La sua musica è apparentemente semplice, ma gradevole e curata e i suoi testi sono profondi e poetici. Non è un caso che l’ispirazione di Brassens si evolva attorno a due elementi: la musica lirica e popolare che gli ha fatto conoscere la madre (italiana e melomane) e la poesia dei grandi di Francia, da Verlaine a Hugo a Villain ed Apollinaire.

La vita quotidiana del cantante è fatta di un’infanzia felice ma segnata da un arresto giovanile per un episodio minimale, che però ne segnerà il carattere, di lavoro in fabbrica, della fuga a Parigi alla ricerca del successo, del lavoro forzato presso una fabbrica di motori della BMW in Germania durante l’occupazione e dell’ospitalità della famiglia di Jeanne e Marcel Planche, che lo nascosero durante la fuga dalla schiavitù tedesca. La famiglia di Jeanne che ritroviamo nelle sue canzoni Jeanne, La cane de Jeanne e Chanson pour l’Auvergnat.

E con queste iniziamo a conoscere il Brassens che davvero ci riguarda ed interessa: quello delle sue canzoni. Brassens racconta della morte, con ironia e leggerezza, della politica, non sempre in modo esplicito come in La mauvese reputation, in altre in maniera diretta come in Le gorille, Le deux oncle, o Mourir por des ideés, (“Mourons pour des idées, d’accord, mais de mort lente”…) dell’amore come in Je me fait tout petit, e dell’amicizia come in Les copains d’abord, la sua canzone più famosa, anche se la meno intima e personale. In questa canzone si parla dell’amicizia come un legame di gruppo indissolubile, esattamente il contrario della concezione della vita di Georges: timido, riservato ed anarchico. Sfuggente alla massa e ai legami collettivi, individualista, pur considerando l’umanità come il solo tratto nobile dei comportamenti possibili, non poteva riconoscersi nella logica del gruppo, del clan che lega e crea fedeltà: ma questa, non è un caso credo, è anche la sola canzone che Brassens ha scritto per un committente. La sua opera è infatti la raccolta progressiva di un lavoro maniacale e certosino, che lo ha portato a scrivere innumerevoli brani e a buttarne nel cestino molti di più. La ricerca della parola era infatti per lui passione ed impegno costante, mai esaurita. La sua musica, nella semplicità assoluta degli arrangiamenti, affidati sempre al suono, quasi esclusivo, della chitarra e del contrabbasso, doveva essere raffinata ed immediata per poter accompagnare in maniera sostenibile le sue parole, sempre forti e dense di colori. La scrittura dei testi doveva trasmettere ironia e profondità per assecondare la sua indole e la sua visione del mondo: anticonformista, anticlericale, pacifista, libertina, anarchica e popolare.

Ho iniziato raccontando del legame tra De André e Brassens, ma molti sono i musicisti italiani che hanno affrontato la sua opera traducendola e reinterpretandola: il più noto è stato Nanni Svampa. Il cantautore milanese ha affrontato Brassens nel disco “W Brassens” in cui ha reinterpretato in dialetto milanese 18 canzoni. L’ascolto delle canzoni in dialetto non è facilmente comprensibile per chi milanese non è, ma la musicalità della dizione meneghina, in diversi suoni così simile al francese, rende l’opera di Svampa preziosa e bellissima all’ascolto.

Brassens morì molto giovane, a 59 anni, a seguito dei suoi problemi di salute frequenti. Lui che aveva scherzato così spesso con la morte l’affrontò troppo giovane e con ancora tanto da dare. Ma la memoria della sua opera lo rende ancora vivo e moderno e l’ascolto offre ancora tante sorprese che permettono, a chi vi si avvicina, una chiave di interpretazione originale della società, nella cultura del secondo dopoguerra che possiamo senza dubbi ridefinire anche nei tempi attuali.