A bucare l’armatura di un’opinione pubblica assalita da notizie improbabili, video modello Paperissima, animazioni da intelligenza artificiale e chi più ne ha più ne metta, l’unico sussulto di residua umanità è quello che accompagna la litania delle vittime civili nella Striscia di Gaza. Trenta, cinquanta, cento, numeri che sono persone, dai bambini ai loro genitori in fila per il pane, fino ai giornalisti che ancora si ostinano al costo della vita a documentare il genocidio di un popolo. Dalle chiese agli ospedali nulla è risparmiato. Ma la sensazione, netta, è che l’utilizzo dell’arma della fame abbia fatto scattare un sussulto di consapevolezza anche in chi generalmente si occupa solo dei fatti suoi. Non si spiegano altrimenti le iniziative a getto continuo che si susseguono, almeno nel nostro paese, da un capo all’altro della penisola. Manifestazioni anche molto partecipate che vengono diffuse grazie agli imperanti social, una volta tanto utili alla causa, ma che faticano a trovare spazio nei palinsesti dei media strutturati di un’informazione piegata a una realpolitik che non fa onore né alla politica, né al quarto/quinto potere.
L’effetto Gaza, unito alle decine e decine di miliardi spesi dai singoli stati in armamenti, sta provocando un moto di repulsione anche fra gli insospettabili, non soltanto fra gli attivisti e fra i solidali ormai etichettati dalla pubblicistica governativa come ‘pro-pal’. Si spiega così come perfino dentro il governo Meloni, sempre attento agli indici di gradimento popolare, ci sia stato un ripensamento di fronte all’incontro fra esponenti dell’esecutivo e amministratori delegati delle più importanti holding della difesa che doveva svolgersi l’11 settembre prossimo all’Auditorium della Musica di Roma. L’annullamento dell’evento, ben definito ‘fiera delle armi’ da StopRearmEurope, indica che, come recita il proverbio, non si può tirare troppo a lungo la corda, altrimenti si spezza. Anche perché la politica continentale, compresa quella italiana, si limita da un anno a levare unicamente parole di condanna, ritenendo esaurito così il proprio ruolo. Poi però a Bruxelles viene votato da destra, dal centro, e anche dal centrosinistra un piano decennale di riarmo da 800 miliardi di euro. Ufficialmente per la ‘sicurezza’ dei cittadini. Tali e tante sono le contraddizioni di questo modus operandi da mettere a disagio perfino un paese come l’Italia di oggi, uso nel suo corpaccione sociale a obbedir tacendo o a buttarla in caciara.
L’opinione pubblica mostra un pizzico di sensibilità in più rispetto ai governanti: sondaggi alla mano sotto le Alpi si vorrebbe maggiore tranquillità e minore adesione all’economia della guerra che si riflette sui bilanci quotidiani di famiglie alle prese con un vertiginoso aumento dei costi. Più burro meno cannoni, si diceva una volta. Perché l’aumento del 40% in due anni del burro, al pari di tanti altri generi di prima necessità, ha impoverito gli italiani che lavorano. Sarà un bel problema per il governo di Giorgia Meloni far fronte ad un autunno denso di variabili e di incognite, compreso l’atteggiamento da tenere nei confronti della cosiddetta Freedom Flotilla, generoso e sacrosanto tentativo di portare cibo e medicinali in un luogo dimenticato da dio e assassinato dall’uomo.
