“Il Capitale” è una monumentale denuncia degli effetti disumanizzanti del capitalismo industriale e, insieme, una guida per la sua sovversione. L’azione puramente sindacale non può da sola liberare il lavoro salariato
Il primo volume de “Il Capitale” di Karl Marx rappresenta il compimento e lo sviluppo sistematico delle ricerche avviate con “Per la critica dell’economia politica”. Considerato da Engels “l’opera più importante per la lotta del lavoro contro il capitale”, questo testo costituisce un’arma teorica di straordinaria potenza e duratura efficacia per il movimento operaio. Esso svela le leggi economiche del capitalismo, dimostrando come l’intero sistema si fondi sullo sfruttamento del lavoro salariato, e sviluppa compiutamente la teoria del plusvalore. Marx delinea le dinamiche che portano alla nascita, allo sviluppo e al crollo inevitabile del capitalismo, assegnando così al proletariato un ruolo storico mondiale. Secondo John A. Moses “Il Capitale” ha profonde implicazioni per la lotta sindacale. La legge del plusvalore ne forma la base strategica e tattica. Da essa si deduce la natura dei sindacati come organi fondamentali della militanza proletaria, il loro ruolo nel conflitto quotidiano e la loro funzione per la futura società socialista.
Emerge inoltre la teoria marxista del salario: la forza-lavoro è una merce unica che genera più valore di quanto essa stessa costi. Il suo valore è determinato dal tempo necessario a riprodurre l’esistenza del lavoratore e della sua famiglia, ma incorpora anche un elemento morale e sociale legato al livello civile storicamente conquistato dalla classe operaia. I sindacati lottano proprio per difendere questo standard, impedendo che il capitale paghi la forza-lavoro al mero minimo fisico, il che equivarrebbe a venderla sotto il suo valore. Questa determinazione conferisce al movimento sindacale una posizione centrale nel pensiero marxiano. Marx dimostra che il sindacato è necessario almeno per garantire che la forza-lavoro sia pagata al suo valore poiché il capitale non ha limiti intrinsechi nella sua brama di estrarre plusvalore. Il lavoratore vuole il valore della sua merce, il capitalista ne vuole sfruttare il valore d’uso che produce più valore di quanto costa. Ne nasce uno scontro permanente sul grado di sfruttamento.
Per questo Marx dedica grande attenzione alla lotta per la riduzione della giornata lavorativa, condizione preliminare imprescindibile per ogni ulteriore miglioramento e per l’emancipazione finale. Confuta le tesi borghesi secondo cui ridurre l’orario di lavoro annullerebbe i profitti e spiega come le leggi sulle fabbriche siano state una risposta necessaria agli effetti disumanizzanti dell’industria pesante. Quelle conquiste legislative furono il prodotto di una guerra civile prolungata e non sarebbero state possibili senza l’organizzazione sindacale. Marx trae una lezione fondamentale: la lotta per la giornata di otto ore sarebbe stata il primo grande fattore di unificazione internazionale della classe operaia. Tuttavia avverte che la macchina, aumentando la produttività, è il mezzo più efficace per allungare di fatto la giornata lavorativa e svalorizzare la forza-lavoro. Il lavoro organizzato deve quindi vigilare e rivendicare riduzioni dell’orario proprio in risposta al progresso tecnologico. L’analisi di Marx si estende ai fattori che determinano il valore della forza-lavoro: durata, intensità e produttività del lavoro. Mette in guardia i lavoratori dal confondere l’aumento del salario monetario (prezzo) con l’aumento del valore della forza-lavoro, fornendo esempi in cui il valore reale cala anche a salari nominali crescenti. La possibilità che una maggiore produttività si traduca in salari più alti dipende esclusivamente dalla militanza organizzata, unico contrappeso alla tendenza del capitale a spingere intensità e produttività ai limiti della resistenza umana.
Marx studia poi le conseguenze della meccanizzazione, i suoi effetti sull’occupazione, sul lavoro femminile e minorile, sulle condizioni igieniche e morali, sugli scioperi. Sostiene che la base tecnologica dell’industria moderna è intrinsecamente rivoluzionaria e che, eliminando le vecchie forme di produzione artigianale e domestica, distrugge le valvole di sicurezza sociali e matura insieme le condizioni materiali per una nuova società e le contraddizioni per far esplodere la vecchia. La forza motrice di questo sconvolgimento deve essere il lavoro organizzato e l’espansione industriale stessa spinge masse sempre maggiori di operai a unirsi in sindacati. “Il Capitale” è dunque una monumentale denuncia degli effetti disumanizzanti del capitalismo industriale e, insieme, una guida per la sua sovversione.
Il movimento sindacale è la prima espressione organizzata della dicotomia di classe. La sua funzione è duplice: conquistare miglioramenti immediati all’interno del sistema e preparare, attraverso una militanza costante, il terreno per la sua eliminazione finale. Marx, però, chiarisce che l’azione puramente sindacale non può, da sola, liberare il lavoro salariato dalla sua condizione di dipendenza. La lotta economica deve trasformarsi in lotta politica per l’instaurazione del socialismo.
(consegnato in redazione il 31 dicembre 2025)
