Dal movimento dei consigli (1992-1994) al referendum del 2003 per estendere l’obbligo di reintegro ex articolo 18 per i lavoratori illegittimamente licenziati (parte prima)
[Questa è la prima parte di un articolo che sarà pubblicato in quattro parti. Le successive – salvo imprevisti – saranno pubblicate, sempre nella rubrica “old reds” nei mesi di marzo, aprile e maggio del 2026]
La sentenza del dicembre 2025 del Giudice del lavoro di Siena che ha dichiarato nullo il licenziamento del compagno Fabio Giomi conferma il valore sociale dell’articolo 18. Il giudice ha imposto a Pam la reintegra del lavoratore, sostenuto dalla Filcams-Cgil, annullando un licenziamento avvenuto “senza giusta causa” con l’uso immorale del “test del carrello”. Un risultato sindacale importante che ha confermato il valore dell’articolo 18.
Lo Statuto dei lavoratori introdusse nel 1970 l’obbligo del reintegro a fronte di licenziamenti illegittimi e non solo discriminatori nelle aziende con più di 15 dipendenti; nel 1980 – per impedire un referendum estensivo promosso da Democrazia proletaria – che aveva raccolto le firme – e che era stato ritenuto ammissibile venne introdotto l’obbligo di risarcimento (ma non il reintegro!) per i dipendenti anche nelle aziende sotto i 15. Questa differenza di trattamento era una ingiustizia e veniva usata contro il sindacato, presentando il reintegro come un “privilegio” per pochi. La storia ci ha mostrato come invece l’articolo 18 sia stato una onta insopportabile per i padroni, soggetto ad attacchi e manomissioni da parte dei governi, delle forze politiche e del fronte padronale, Confindustria in testa, fino al Jobs act di Matteo Renzi.
La CGIL ha promosso nel 2016, quando segretaria era Susanna Camusso, e nel 2025, con segretario Maurizio Landini, referendum abrogativi con l’obiettivo di estendere l’obbligo di reintegro previsto dall’articolo 18 a tutte le lavoratrici e i lavoratori. In ambedue in casi la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i quesiti. Ma questi due referendum testimoniano la tenacia con cui la CGIL si batte per far sì che ogni lavoratore goda degli stessi diritti e sia tutelato di fronte al padrone. Ma la battaglia per l’estensione dell’articolo 18 è nata prima della reazione al Jobs act ed è nata nei luoghi di lavoro, portata avanti in prima persona da delegate e delegati.
Giorni fa l’amico Paolo Cagna, il compagno che nel 2002/3 ricoprì il ruolo di Presidente del “Comitato Promotore del referendum per la difesa e l’estensione dell’articolo 18”, mi ha chiamato perché sta lavorando ad una raccolta di materiali sul movimento: è stata l’occasione per ricordare la battaglia referendaria da noi intrapresa come delegati sindacali, io della Fiom, delegato Italtel, e lui della Slc, delegato del Corriere della Sera; dopo la straordinaria esperienza del Movimento dei Consigli del 1992-94, anni difficili anche per i sindacati confederali, per la nostra Cgil, ci ritrovammo a realizzare con una certa incoscienza, ma con convinzione, una nuova importante battaglia politica generale attraverso l’utilizzo dello strumento del referendum. Volevamo accompagnare e rafforzare le lotte e le mobilitazioni in corso per i diritti nel e del lavoro, contro le scelte antisindacali e antisociali del governo Berlusconi.
Eravamo convinti che per difendere il diritto fondamentale al reintegro in caso di licenziamento “senza giusta causa” occorresse estenderlo a tutte e a tutti, a quei milioni di lavoratori che ne erano sprovvisti in quanto dipendenti di aziende e luoghi di lavoro sotto i 15 dipendenti.
L’azione referendaria ci avrebbe permesso di difendere l’articolo 18 superandone i limiti originari e rendendolo esigibile anche nelle piccole aziende e in ogni luogo di lavoro privato.
[Consegnato in redazione il 12 gennaio 2026]
