Al momento stai visualizzando Sudan: il martirio di un popolo che non si arrende – di Pericle Frosetti

Dal 15 novembre il tg3 della Rai ha iniziato a trasmettere nella edizione principale, quella delle 19:00, una serie di servizi del proprio inviato dal Sudan.
Alla fine, anche qui in Italia ci siamo accorti del massacro che dal 2023 si sta compiendo del popolo sudanese, ostaggio di una guerra civile tra fazioni delle forze militari che, dopo la sollevazione democratica e pacifica del 2018, avevano cercato prima di prendere il potere con un colpo di stato nel 2019 ed uno successivo nel 2021 che aveva prodotto un accordo tra le forze armate e la società civile, ma che veniva respinto dalle milizie irregolari che i vari governi sudanesi avevano utilizzato nelle guerre contro le popolazioni del Darfur e del Sud Sudan (oggi indipendente) e che si erano rifatte il vestito buono trasformandosi in “Forze di supporto rapido”, inquadrate nelle forze armate regolari e che rifiutavano lo scioglimento e di porsi direttamente agli ordini dello Stato maggiore sudanese.
Queste milizie, inizialmente reclutate tra e popolazioni arabe beduine, sono legate a doppio filo per finanziamenti e vicinanza “ideologica” agli Emirati arabi uniti. Nel corso delle guerre, l’islamismo ha mostrato di essere solo un pretesto per giustificare una violenza che nel Darfur è giunta fino alla distruzione delle moschee, pur appartenendo tutti i sudanesi di religione musulmana alla tendenza sunnita.
Il regime sudanese, prima della caduta, si era progressivamente avvicinato agli Stati uniti e a Israele e questo legame si era mantenuto anche dopo il golpe del 2018.
Il popolo sudanese ha cercato in tutti i modi di sottrarsi a questa guerra per bande. Tutte le organizzazioni democratiche, comprese le forze guerrigliere delle minoranze tribali, hanno scelto di non partecipare alla nuova guerra per bande, invocando l’intervento delle Nazioni Unite e il rispetto dei patti sottoscritti tra i militari e le organizzazioni popolari nel 2019 e nel 2021 per una transizione alla democrazia.
Il 28 ottobre, le Forze di supporto rapido hanno “conquistato” la città di El Fasher – dopo 18 mesi di assedio – ed hanno passato per le armi tutta la popolazione superstite. Le immagini satellitari e dei droni hanno fotografato e filmato nei giorni successivi le fosse comuni, i corpi insepolti nelle strade, le distruzioni. La città è stata punita per essere, fin dai tempi della dittatura islamista che ha preceduto la rivoluzione del 2018, un centro della resistenza democratica.
I servizi del tg3 sono realizzati nelle zone sotto controllo dell’esercito, tra le quali la capitale Khartum. Non credo che riusciranno ad entrare nelle zone sotto il controllo delle Fsr. Ma il resoconto che i superstiti fanno del periodo in cui la capitale è stata sotto il controllo delle milizie prima di essere “ripresa” dai militari è la ricostruzione di un luogo di orrori e violenze indicibili, verso le donne (e i bambini), trattate come schiave sessuali, verso la popolazione non araba, verso le minoranze, verso i militanti delle organizzazioni democratiche e popolari, dei sindacati, del Partito comunista. Anche l’esercito, per altro, nelle zone sotto il suo controllo reprime le organizzazioni democratiche e vessa la popolazione…
In due anni e mezzo sono 12 milioni i sudanesi che sono sfollati dalle zone di guerra su una popolazione di oltre 51 milioni di abitanti. 150.000 sono i sudanesi che hanno perso la vita.
La guerra civile sudanese va inquadrata nella vasta guerra mondiale africana a pezzi, che coinvolge tutta la fascia sahariana e subsahariana, dall’Africa francofona ad arrivare al Sudan e al Sud Sudan fino al Corno d’Africa e poi, più giù, nell’Africa “nera” coinvolgendo il Congo e i paesi della regione dei laghi. Terreno di scontro tra gli Stati Uniti e le potenze europee (Francia e Gran Bretagna in primis), potenze regionali come la Russia, l’Egitto, gli Emirati arabi uniti e Israele.
In Sudan, nonostante la guerra, le organizzazioni democratiche e popolari, costrette a volte ad impugnare le armi quando necessario per difendere un villaggio, un quartiere, o come ad El Fasher per cercare di ritardare il massacro, sono sempre impegnate nella difficile via della protesta pacifica non violenta per imporre il ritorno alla democrazia e alla pace per un popolo eroico, capace di manifestare, anche in questi mesi di atroci sofferenze, il pieno sostegno alla resistenza del popolo palestinese, considerato un esempio di resistenza per tutti i popoli dei paesi postcoloniali e per chiunque si batta per la libertà, i diritti politici e sociali, la democrazia e la pace nel mondo intero. Un popolo, quello palestinese, a cui i sudanesi si sentono vicini, perché anch’essi (i sudanesi) vittime delle politiche neocoloniali imperialiste e sioniste.

[consegnato in redazione il 24 novembre 2025]