Marwan Barghouti condannato a cinque ergastoli, in carcere da 23 anni, aderì giovanissimo a Fatah, divenendone il leader alla morte di Arafat. Venne arrestato una prima volta a 18 anni e poi rilasciato. Nel 1987 venne nuovamente arrestato e poi esiliato. Rientrato nel 1994 dopo la firma degli accordi di Oslo, nel 2002 in una lettera aperta, dichiarò che Fatah “non abbandona il diritto a difendere la terra palestinese e la lotta per la libertà del suo popolo”, ma si riferì agli israeliani come “i nostri vicini” e si schierò contro atti di violenza contro i civili. Fu condannato definitivamente nel 2004.
Si è sempre dichiarato innocente. Ha rifiutato di difendersi non riconoscendo la giurisdizione israeliana sui territori palestinesi.
Barghouti è riconosciuto dai palestinesi come il loro possibile unificatore. Sinwar, il leader di Hamas ucciso da Israele a Gaza, ne aveva chiesto la liberazione negli scambi di prigionieri del 2011, 2021 e 2024. Netanyahu si è sempre opposto alla sua liberazione.
La campagna per la liberazione, lanciata il 29 novembre, ne chiede la liberazione con quella di tutti i prigionieri palestinesi, insieme alla chiusura dei centri di tortura israeliani, al rispetto dei diritti umani, all’accesso dei detenuti alla difesa, alle cure mediche, a sufficiente cibo ed acqua e alla possibilità per la Croce Rossa internazionale di saperne numero e nomi e di poterli visitare.
La campagna pone fine ai sofismi tra soluzione “a due Stati” o ad un “unico Stato” lasciando tale scelta agli unici che ne hanno potestà: al popolo che da decenni, con forme diverse di resistenza, rivendica il sacrosanto diritto all’esistenza e all’autodeterminazione.
L’autodeterminazione dei palestinesi passa dal loro riconoscimento e della loro vera leadership politica.
