Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi
Marwan Barghouti, prigioniero politico, condannato a cinque ergastoli è in carcere da 23 anni, per aver fondato le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, braccio armato di Fatah.
Nato in Cisgiordania nel 1958, è entrato giovanissimo in Fatah e ne è divenuto il leader alla morte di Yasser Arafat.
Venne arrestato una prima volta a 18 anni e poi rilasciato. Nel 1987 venne nuovamente arrestato e poi esiliato. Ritornerà in Palestina nel 1994, dopo la firma degli accordi di Oslo di cui è stato sostenitore.
Nel 2002, prima del nuovo arresto, scrisse una lettera aperta dichiarando che Fatah “non abbandona il diritto a difendere la terra palestinese e la lotta per la libertà del suo popolo”, ma allo stesso tempo si chiama gli israeliani “i nostri vicini” e si schiera contro atti di violenza contro i civili.
Nel 2006 redige il “Documento dei prigionieri”, un documento programmatico condiviso da Fatah e Hamas per la riconciliazione fra le diverse fazioni palestinesi che propone la fine dell’occupazione israeliana e uno Stato palestinese indipendente e sovrano, accanto ad Israele, sulla base dell’accordo del 1967.
Marwan venne condannato definitivamente nel 2004, in un processo farsa e non conforme al diritto internazionale. Si è sempre dichiarato innocente, ma ha rifiutato di difendersi dichiarando di non riconoscere la giurisdizione israeliana sui territori palestinesi e la legalità dei tribunali israeliani.
Sinwar, il leader di Hamas ucciso da Israele a Gaza, ne aveva chiesto la liberazione negli scambi di prigionieri del 2011, 2021 e 2024. Netanyahu si è sempre opposto. La detenzione di Barghouti è funzionale alla politica di Israele di mantenere la dirigenza palestinese divisa nelle varie fazioni per impedire la creazione di una visione e un programma unitario per lo stato palestinese.
Marwan Barghouti è riconosciuto dai palestinesi – sia da Hamas che da Fatah e dalle altre formazioni politiche – come il possibile leader unificatore del popolo palestinese sotto una visione ed una agenda comune. Barghouti è il simbolo dell’unità palestinese da Gaza alla Cisgiordania e nella diaspora; è paragonato a Nelson Mandela, non solo per la sua ingiusta e prolungata incarcerazione, ma per la sua visione progressista e unitaria.
Nelle recenti trattative in Egitto si è tornato a parlare di Barghouti, perché in grado di dialogare con l’autorità del suo popolo con il governo israeliano, il mondo arabo, e tutta la comunità internazionale. Come per Nelson Mandela, la sua liberazione e la sua leadership potrebbero cambiare il corso della storia in Palestina ed in Medio Oriente.
In Italia ed in altri paesi europei si stanno costituendo comitati nazionali per la richiesta di liberazione di Barghouti e di tutti i prigioni politici palestinesi. La mobilitazione internazionale mette al centro anche la situazione generalizzata dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Dopo “l’accordo farsa” negoziato da Trump, Egitto, Qatar e Turchia con Israele e Hamas, in ottobre 2025, ed il rilascio degli ostaggi israeliani ancora vivi detenuti da Hamas, Israele ha rilasciato 1968 prigionieri palestinesi, di cui 250 con condanne all’ergastolo e 1718 sequestrati a Gaza senza accuse.
Più di cento prigionieri sono stati esiliati in Egitto ed altri paesi.
Israele ha, inoltre, restituito i corpi di circa 200 prigionieri morti in detenzione, tutti con orribili segni di tortura e molti senza organi, rubati da Israele.
La nuova campagna, lanciata ufficialmente il 29 novembre scorso nelle manifestazioni che hanno riempito le strade e le piazze italiane nella giornata di solidarietà per il popolo palestinese indetta dall’Onu, chiede nuovamente la liberazione di Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi e la chiusura dei centri di tortura israeliani, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, l’accesso dei detenuti alla difesa, alle cure mediche, a sufficiente cibo ed acqua e l’accesso alla Croce rossa internazionale ai prigionieri.
E’ una campagna che la Cgil dovrebbe sostenere, perché mette in chiaro, senza fronzoli, che l’autodeterminazione del popolo palestinese passa dal suo riconoscimento e dalla sua autonoma leadership politica.
La campagna permette anche di smettere con i sofismi delle soluzioni “a due stati” o di un “unico stato”, lasciando la scelta agli unici che ne hanno diritto ovvero quei nativi che da decenni, con forme diverse di resistenza, rivendicano il loro sacrosanto diritto all’esistenza.
[consegnato in redazione il 30 novembre 2025]
