Al momento stai visualizzando Meloni come Berlusconi, nessuno la può giudicare – di Chiara Pace

Un complotto. Della magistratura, naturalmente. Passano i lustri ma le reazioni della destra di fronte alle comunicazioni dell’autorità giudiziaria non cambiano. Pioniere e capofila del genere l’indimenticabile Silvio Berlusconi, gli allievi non sono da meno del maestro. Giorgia Meloni è presa con le mani nella marmellata, lasciando tornare in Libia il carceriere Nijeem Osama Almasri, responsabile della prigione di Mitiga a Tripoli, tristemente noto alle cronache e agli attivisti per i diritti umani perché, dal febbraio 2015, sono stati uccisi almeno 34 detenuti e 22 persone, compreso un bimbo di cinque anni, hanno subito violenze sessuali dalle guardie. Tutte queste notizie non arrivano da organi di stampa, ma dal dispositivo della Corte penale internazionale che il 18 gennaio scorso ha notificato il mandato di arresto per il generale libico. Un carceriere che è stato fermato in Italia il giorno seguente, ma poi velocemente scarcerato e rispedito a Tripoli. Eppure l’Italia è un paese democratico, che anche lo scorso anno ha confermato la sua adesione alla Corte penale internazionale.

Allora che succede? Almasri, secondo i giudici dell’Aja, “ha picchiato, torturato, sparato, aggredito sessualmente e ucciso personalmente detenuti, nonché ha ordinato alle guardie di picchiare e torturare”. Ma il governo italiano lo ha liberato. Patatrac. Per giunta, cadendo dalla padella nella brace, la premier ha difeso a spada tratta la sua decisione, quasi non avesse scelta. E il suo vero portavoce, Bruno Vespa, ci ha buttato sopra il carico di briscola: “In ogni Stato si fanno delle cose sporchissime, anche trattando con i torturatori per la sicurezza nazionale. Questo avviene in tutti gli Stati del mondo”. Sarà, ma di fronte alla denuncia dell’avvocato Luigi Li Gotti, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi non ha inviato un’informazione di garanzia a Meloni e ai suoi ministri Nordio e Piantedosi. Ha spedito una semplice comunicazione di iscrizione che a norma di legge impone al procuratore della Repubblica “ricevuta la denuncia nei confronti di un ministro, ed omessa ogni indagine, di trasmettere, entro il termine di 15 giorni, gli atti al Tribunale dei ministri, dandone immediata comunicazione ai soggetti interessati”. Un atto dovuto dunque, ma agli occhi della destra, da trent’anni a questa parte, ogni comunicazione della magistratura è vista come un atto eversivo. Morale della storia: di fronte all’antico proverbio ‘male non fare paura non avere’, il governo Meloni si sta comportando invece come quando, di fronte al vigile urbano che ti vuole multare, si risponde ‘lei non sa chi sono io’.