Storia di una regressione culturale in ventotto capitoli. Una raccolta di articoli di Maurizio Fantoni Minnella pubblicati tra il 2001 e il 2013.
Con una prefazione di Mario Agostinelli, che si diffonde sulle “infinite cosmogonie che hanno dato origine alla terra e al degrado indotto, invece, dall’aumento dell’entropia”, lo scrittore e regista Maurizio Fantoni Minnella ha raccolto nel volume Destini Globali. Politica, cultura e società 2001-2023 (Castelvecchi pag. 405, euro 35) settantasei brevi saggi che spaziano, come un paradossale dizionario politico minimo, dalla voce Ambiente a quella Spazi Urbani, intesi nella loro progressiva privatizzazione, suggellata dalla emblematica vicenda in corso d’opera dell’aberrante decreto “Salva Milano”.
Gli scritti sono stati pubblicati sia su un quotidiano internazionale, “L’universal / Verbigracia” di Caracas, che nazionale, “Avvenire”, oltre che per il blog della “Fondazione Nenni”. Il loro riordino in ventotto sezioni tematiche permette al lettore di comprendere la chiave di interpretazione della realtà dell’autore, ma soprattutto di misurarsi con le molteplici e pungenti sollecitazioni che Fantoni Minnella ha tracciato sulla scorta di un percorso che l’ha visto riporre molte speranze in quel “diverso mondo possibile” auspicato dal Movimento dei Movimenti, nel mentre dilagava nel mondo un’ondata populista reazionaria, xenofoba e razzista. Che una ringalluzzita internazionale di destra si sia intestata una battaglia culturale anticomunista, finalizzata ad una colonizzazione delle menti e dell’immaginario delle coscienze su scala globale, è la spia più evidente dell’arretramento che ha prostrato le sinistre mondiali, a fronte di una società quanto mai disgregata dal crescere delle diseguaglianze e quindi in profonda crisi sul piano valoriale.
Quali sono le cause, qual è il contesto globale che ha permesso lo sdoganamento addirittura del fascismo, detto che la vulgata sulla fine delle ideologie “si è rivelata subito un inganno”, è il nodo cruciale su cui si interrogano ripetutamente le riflessioni di Fantoni Minnella, sia sul piano internazionale che su quello nazionale.
A partire da questa premessa, si può comprendere la sua giustificata indignazione, laddove evidenzia come, sull’onda di un infausto ’89, chi proveniva da una certa e gloriosa tradizione ha eliminato la falce e il martello dalla sua simbologia, mentre coloro che sono stati sconfitti sul campo di battaglia anche dal “Vento del Nord” della Resistenza, hanno mantenuto e ostentano in ogni occasione, non solo in senso nostalgico, la fiamma tricolore. Le considerazioni che l’autore ci consegna, con lo sguardo originale di un appassionato cinefilo, sgombrando il campo dall’ingenuità e dalla superficialità di quanti ritengono che le garanzie liberal-democratiche siano acquisite per sempre, sono il frutto di una duplice lettura dei processi storici in corso. Sul piano internazionale la liquefazione del movimento anti-globalizzazione capitalistica è stata anche il prodotto, certo non il solo, della repressione che in tutti gli appuntamenti topici, da Seattle in avanti, passando per Genova 2001, il potere globale nelle sue diramazioni nazionali ha esercitato contro ogni discorso critico. Il ricorso alla violenza degli apparati repressivi è stato quindi scientemente finalizzato a screditare, grazie alla compiacenza degli apparati mediatici, il Movimento dei Movimenti agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, poiché, e non è una novità dell’oggi, per le classi dominanti in un mondo globalizzato non è tollerabile alcuna forma di dissenso.
In quanto al piano nazionale Fantoni Minnella individua i caratteri della profonda regressione culturale che hanno fatto “ripiombare in una sorta di limbo pre-sessantottesco” la società italiana, in un’atavica vocazione antropologica al capo carismatico e naturalmente autoritario, nel fallimento morale e politico della sinistra e al conseguente declino di un certo antifascismo di maniera. Anche se questa regressione culturale è stata enormemente favorita dal dilagare nell’epoca del berlusconismo di quell’egemonia sottoculturale, ben evidenziata da Massimiliano Panarari, (L’egemonia culturale: L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi 2010), l’autore coglie nel segno quando afferma “il fascismo fu sconfitto militarmente nel’45, non lo fu altrettanto in senso politico, psicologico, culturale”. Pertanto, se è convincente la sua analisi sovrastrutturale attorno al concetto gramsciano di egemonia culturale, non con altrettanta perizia Fantoni Minnella affronta i processi strutturali che hanno determinato una profonda e perversa sottomissione del lavoro nel tempo del “capitalismo della sorveglianza”, tema sul quale ha scritto pagine memorabili la sociologa Shoshana Zuboff (Il capitalismo della sorveglianza: Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University press, 2023), al punto che non solo nel settore della logistica e del trasporto delle merci, ma anche in quello “informale” e para-schiavistico dell’agricoltura – Latina docet -, il lavoro si presenta in forme edulcorate ma servili, eterodiretto in particolare anche dal comando invisibile degli algoritmi.
Quindi, “non vi è stata alcuna scomparsa della classe operaia e della divisione in classi di una società sempre più liquida”, come l’autore lamenta a pagina 326: diversamente, il mutamento della composizione di classe, le delocalizzazioni e la desertificazione produttiva del paese, oltre che la trentennale scomparsa delle formazioni politiche di stampo classista, sono i fattori che hanno determinato l’affermazione di una condizione di dis-emancipazione delle classi subalterne, come un intellettuale comunista quale Domenico Losurdo aveva ben messo a fuoco nel fondamentale volume La lotta di classe: Una storia politica e filosofica, (Laterza 2013).
