Un avvincente romanzo di Bassem Khandaqji sull’oppressione coloniale subita dal popolo palestinese
Bassem Khandaqji ci regala un avvincente romanzo in cui, attraverso l’artificio narrativo di una ricerca per scrivere un racconto su Maria Maddalena, rappresenta l’oppressione coloniale subita dal popolo palestinese. Il “fallimento” di scrivere una versione storica e rigorosa di un “Codice da Vinci” si trasforma in un’intima riflessione neorealista che affonda la comprensione dell’oppressione coloniale nello gnosticismo, ribaltando l’alienazione del testo consumista di Dan Brown: l’accantonamento, nel cristianesimo, del pensiero gnostico, rappresentato dalla figura della Maddalena e motore della spinta propulsiva iniziale della religione cristiana, diviene un precedente della dissimulazione dell’oppressione del popolo palestinese.
Un romanzo che non fa sconti, nessun sconto, e al contempo non indulge un solo secondo nel vittimismo. Un romanzo che traccia un filo di continuità tra Olocausto e Nakba e che racconta come questa non sia terminata nel 1948.
Nur, il protagonista, è un figlio della Nakba. Nato profugo, è orfano delle proprie radici, come chiunque nasca sfollato, e orfano di madre. Il passato è ormai ridotto a un vecchio carrettino parcheggiato all’ingresso del campo, dove il padre vende caffè e tè. Un carretto che era stato lasciato in eredità al padre dal nonno, già proprietario di una caffetteria nel mercato ortofrutticolo di Lod. E della caffetteria, dopo la Nakba, non c’era più traccia; della storia di famiglia era rimasto il carretto. Nur conobbe il padre, infatti, a cinque anni, quando questi uscì dalle carceri degli oppressori. Il padre ne era uscito sconfitto, tradito dai compagni di lotta e d’Intifada, che erano come lui ma che, scesi dalla montagna, celebravano i fasti di un accordo illusorio e incerto, del quale la storia ha poi mostrato la tragica inconsistenza. Era tornato dal carcere muto e aveva ripreso il suo lavoro dietro al carretto.
Nur cresce solo, lavora e studia fino a laurearsi all’Istituto superiore di archeologia islamica di Gerusalemme. E quale importanza potrà avere l’archeologia in un campo profughi, in un posto che ha un nome senza storia? Nur ha un amico, Murad, che si trova però nelle carceri israeliane e che, grazie all’espediente delle lettere — prima scritte con un tratto leggero tra le pagine dei libri, così da sfuggire al censore colonialista, e poi divenute registrazioni vocali — diviene lo strumento per disvelare l’intimo sentire di Nur. Murad, invece, scrive la tesi in carcere per indagare la struttura coloniale del regime sionista, proprio come Bassem Khandaqji ha avuto la forza e il coraggio di scrivere il romanzo dal carcere coloniale.
La storia di Nur si intreccia, si fonde, con quella di Ur. Una carta d’identità trovata nella tasca di un abito usato acquistato su una bancarella del mercato. Una carta d’identità che offre a Nur, abile nelle lingue, la possibilità di sfruttare il suo aspetto ashkenazita, che tanto lo aveva isolato durante la sua crescita nel campo. È così che Ur/Nur cerca di cogliere l’occasione della sua vita: l’opportunità di partecipare a uno scavo archeologico nel corso del quale spera di raccogliere materiali e compiere scoperte alla base del suo lavoro su Maria Maddalena, la rivale di Pietro all’inizio dell’avventura del cristianesimo. Un destino cui andò incontro pure Bogdanov in un altro frangente della storia.
La doppiezza di Nur/Ur viene sciolta da una vera coppia dicotomica: Ayala, una giovane e bella ricercatrice sefardita, e Sama, una giovane, bella e consapevole ricercatrice palestinese. Così, ospiti di uno dei pochi kibbutz rimasti ancora socialisti, testimonianza fossile delle vie infinite dell’oppressione coloniale, si consuma un complesso intreccio di nobili pulsioni. Ayala, cresciuta interiorizzando la propria condizione di inferiorità conseguente al suo essere sefardita, per dimostrare quanto il suo nazionalismo non sia minore di quello ashkenazita diventa una feroce accusatrice di Sama, che con gelida ma irrevocabile precisione usa le parole per descrivere le cose che sono. Cade così la maschera di Ur che, richiamato dall’amore della sua vita, torna pienamente Nur.
Il libro varrebbe la lettura già solo per la sua storia, per il suo intreccio, per la sincerità delle passioni vissute e raccontate. Il fatto di essere collocato in un contesto storico attuale, quello dell’oppressione coloniale sionista del popolo palestinese, lo rende un capolavoro. Un romanzo storico ambientato nella storia contemporanea.
La ricchezza dei riferimenti culturali dell’autore e la sua capacità non solo di intrecciare storie, ma anche di gestire più livelli narrativi rendono ancora più ricca e appagante una lettura che scorre veloce, ma invita anche a una rilettura per cogliere tutte le sfumature dei sentimenti e i riferimenti fattuali.
(consegnato in redazione il 7 agosto 2026)
Bassem Khandaqji
“Una maschera color del cielo”
Traduzione: Barbara Teresi
Editore: Edizioni E/O, Roma
Collana: Dal Mondo
Pubblicazione: settembre 2024
Pagine: 240
ISBN: 9788833577951
