Primarie sì, primarie no, primarie forse. Nel campo largo si sfoglia la margherita. Leader cercasi. Una figura che vada bene a tutte e tutti, e che invogli un elettorato sempre più stanco, disilluso e asfissiato dal feroce anticiclone africano a ritrovare l’entusiasmo dei giorni belli, quando la vittoria alle elezioni era a portata di mano e ai gazebo c’erano file chilometriche per scegliere l’uomo/donna immagine della coalizione. Ora che tanti ulivi sono seccati e sotto i ponti è più facile che passi acqua salata, complice la siccità e le temperature insostenibili, anche le speranze di un pur tiepido sol dell’avvenire rischiano di evaporare. Il dibattito infuria, perché al fin dei conti il potere logora chi non ce l’ha, copyright di un esperto in materia come Giulio Andreotti. Così si arriva al paradosso che l’inventore delle primarie, il Pd di veltroniana memoria, non vorrebbe farle. Non sia mai che i gazebo incoronino ancora una volta Elly Schlein, segretaria tanto amata dalla base quanto sopportata (a stento) dai maggiorenti dem. Il problema è che l’altro azionista più forte del campo largo, il M5S, vuole fare le primarie. I pentastellati pensano di avere il candidato giusto, Giuseppe Conte e sognano il ritorno trionfale dell’avvocato del popolo a palazzo Chigi. Come andrà a finire? L’Avs del duo Bonelli-Fratoianni cerca di buttare la palla in tribuna, auspicando che si parli di programmi. Magari per far capire all’italiano medio che cosa voglia dire woke, visto e considerato che oggi per sposarsi le coppie non eterosessuali sono costrette ad andare in Spagna dal compagno Sanchez. Fuori dal campo largo i centristi aspettano sulla riva del fiume. Con una legge elettorale proporzionale sarebbero a cavallo, al pari di chi vorrebbe fare nelle urne una scelta ideale senza dover indossare la camicia di forza del bipolarismo coatto. Ma l’ipotesi non è data da chi smazza le carte della politica italiana.

(consegnato in redazione il 31 agosto 2026)