Pubblicata da Leone XIII nel 1891 al termine di un complesso iter redazionale, l’enciclica Rerum Novarum fu il primo documento del magistero romano ad affrontare in modo diretto la questione sociale. Le precedenti encicliche leonine ne affrontavano singoli aspetti, in assenza però di una complessiva analisi sociale, come dimostra il fatto che tutti i riferimenti della Rerum Novarum, ad eccezione di quelli biblici o alle encicliche dello stesso Leone XIII, rinviano a Tertulliano, a San Gregorio Magno o – il più recente – a San Tommaso d’Aquino.
La storica novità dell’intervento papale non toglie però che, fin dalle prime parole (§1), l’enciclica palesi un giudizio negativo e moralistico della modernità (Rerum novarum excitata cupidine… A causa dell’eccitata brama di cose nuove…) contro cui il papa riteneva necessario attrezzare in forme aggiornate la Chiesa.
L’impostazione teologico-morale che fonda l’enciclica (l’immorale «brama di cose nuove» ha alterato «l’ordine politico» e quindi turbato l’«economia sociale») rivela dunque fin dal principio una lettura della questione sociale esattamente rovesciata rispetto ai termini del materialismo storico di Marx (secondo cui invece è la struttura economica che condiziona la sovrastruttura politica e quindi determina ingiustizia sociale e immoralità).
La prima parte dell’opera (§3-12) chiarisce ulteriormente l’ottica antisocialista dell’enciclica: difende la proprietà privata, definita un «diritto naturale», e dichiara intangibile il santuario della famiglia, concludendo che i socialisti, che prospettano la limitazione della proprietà e della più ampia patria potestà, «vanno contro la giustizia naturale».
La seconda sezione (§13-24) definisce «inevitabili» le disuguaglianze sociali: i socialisti, che vorrebbero eliminarle, operano «contro la natura». Le Scritture esortano a non desiderare la roba d’altri, a «patire e sopportare» con fede, mentre il lavoro è la necessaria «espiazione del peccato» originale (§14). Leone XIII propone piuttosto il superamento della lotta di classe in un’ottica collaborativa e paternalistica, esortando al giusto salario, all’uso retto della ricchezza, al dovere del soccorso ai bisognosi, come la Chiesa ha sempre insegnato e operato nei secoli.
La terza parte (§25-31) delinea l’ambito di intervento dello stato. Pur senza nominarlo, il papa intende qui criticare il liberismo estremo e il laissez faire, definendo il «dovere» di intervento dello stato per migliorare le condizioni dei lavoratori, sebbene in funzione sussidiaria rispetto alla famiglia e nel rispetto della proprietà privata.
Viene però condannato lo sciopero (incommodum et grave), anche se si ammette che contro di esso, più che la repressione, è efficace prevenirne il danno (malum) con l’autorità delle leggi e «impedirne lo scoppio» (§31).
La quarta sezione (§32-35) sottolinea la dignità della persona, il diritto al riposo nel giorno del Signore, la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, il giusto salario dell’operaio («frugale, s’intende, e di retti costumi»), l’importanza del risparmio.
La quinta parte (§36-44) descrive la funzione delle associazioni dei lavoratori. La parola «sindacato» non compare mai né nel testo latino (sodalitia, societates) né nella traduzione italiana («corporazioni», «associazioni»). Dopo aver esaltato la funzione delle «corporazioni», confessionali e interclassiste, il testo, con un intervento personale del papa sulla penultima stesura del manoscritto, apre alla possibilità che tali «associazioni» siano «sia di soli operai, sia miste di operai e padroni» (§36).
Il pontefice ne rivendica la legittimità e la «naturalità» e protesta contro la repressione di quelle cattoliche. Subito dopo però ribadisce la non liceità dei lavoratori cattolici a iscriversi ad associazioni ispirate da ideologie anticristiane e ricorda i fini naturali e soprannaturali di quelle cattoliche.
L’ultimo paragrafo (§45) richiama la necessità di operare con sollecitudine e prudenza, concludendo con l’esortazione di San Paolo: «la carità è paziente, è benigna, non cerca il suo interesse, tutto spera, tutto sopporta».
Più che una “terza via” tra socialismo e liberismo, come si vede, l’enciclica indicava piuttosto una via confessionale, a suo modo assoluta, per risolvere i problemi indotti dalla moderna società industriale. L’azione sociale e la convivenza civile, ordinate e pacifiche, potevano avere valore e sussistere solo a condizione di un complessivo ritorno di tutta la società ai valori cristiani, all’osservanza del Vangelo e all’ascolto della Chiesa come sua unica interprete e guida.
Ciò non sminuisce certo lo stimolo al maggior impegno dei cattolici sul terreno sociale che l’enciclica intendeva suscitare. Ma il valore degli interventi che dovevano, e vennero poi effettivamente fatti, per combattere le ingiustizie sociali, non potevano che iscriversi, nell’ottica di papa Leone XIII, nel quadro di un diritto naturale ritenuto universalmente valido, in quanto diretta emanazione del Creatore della natura stessa; e ciò al di là di ogni contingenza storica, di ogni considerazione politica, di ogni analisi sociale.
Consegnato in redazione il 17 dicembre 2025
