Non subiremo passivamente lo stravolgimento della missione mutualistica e solidale della distribuzione cooperativa
Turiddu Campaini, storico dirigente della cooperazione scelse per la sua biografia, da operaio licenziato per motivi politici a presidente di Unicoop Firenze, pubblicata nel 2010 da Dalai editore, un titolo che era già una dichiarazione politica e morale: “Un’altra vita è possibile”. Il complemento del titolo svelava una grande ambizione e la missione della distribuzione cooperazione: “Quando i valori dell’uomo condizionano le leggi del profitto”. Non era un testo celebrativo, ma il racconto di un’idea forte: la cooperazione come alternativa concreta al capitalismo puro, come strumento per redistribuire valore, garantire diritti, costruire comunità e dare dignità al lavoro. Le Cooperative di consumo non nascono per inseguire il mercato, ma per correggerne le distorsioni; non per competere sul terreno della massimizzazione del profitto, ma per mettere al centro le persone: soci, lavoratrici e lavoratori, territori, filiere produttive. La cooperazione è tale solo se tiene insieme sostenibilità economica e giustizia sociale, efficienza e solidarietà, innovazione e tutela del lavoro. Oggi, di fronte ai profondi mutamenti che attraversano la Grande Distribuzione e alle scelte che ridisegnano il volto delle Coop, quelle parole tornano ad essere di drammatica attualità: non rischiamo solo una riorganizzazione industriale, ma lo smarrimento dell’identità cooperativa.
Se un’altra vita è possibile, allora deve esserlo anche un’altra ristrutturazione, che non lasci indietro lavoratrici, lavoratori, territori e filiere, e che non trasformi la cooperazione in una copia della gdo tradizionale. Da tempo è evidente che l’intera Grande Distribuzione Organizzata, dopo una fase di crescita pressoché infinita caratterizzata da aperture diffuse e da una competizione sempre più aggressiva, è entrata in una fase nuova, strutturalmente diversa: riorganizzazioni continue, concentrazioni, razionalizzazioni dei formati e dei punti vendita sono ormai una costante. Queste dinamiche nel mondo della distribuzione privata, hanno spesso costi dolorosi e destano una preoccupazione ben più profonda quando investono la cooperazione di consumo, che per storia, valori e funzione sociale non può limitarsi a replicare le stesse logiche.
La presentazione della seconda fase del Piano industriale di Unicoop Etruria segna un passaggio delicato e critico. Dietro parole come “efficientamento”, “razionalizzazione”, “nuovo assetto organizzativo” i numeri parlano chiaro: 24 punti vendita destinati alla cessione o alla dismissione; circa 340 dipendenti della rete commerciale che verrebbero trasferiti ad altri operatori; 180 lavoratrici e lavoratori delle sedi amministrative coinvolti nella riduzione del personale;
Non è solo emergenza occupazionale – già di per sé enorme – ma un colpo potenzialmente devastante per intere comunità locali e per quella filiera economica e sociale che ruota attorno ai punti vendita Coop: fornitori, produzioni locali, servizi, indotto.
Etruria parla di presidio diffuso e di attenzione alla “massima conservazione dei posti di lavoro”, ma allo stesso tempo individua “territori non più sostenibili”, “sovrapposizioni” da eliminare, negozi troppo distanti o non più redditizi.
Qui nasce la nostra più forte preoccupazione: la cooperazione, per definizione, non può scegliere i territori solo in base alla redditività immediata; non può abbandonare aree interne, periferiche o socialmente fragili senza chiedersi gli esiti sociali di quelle scelte.
La nascita di Unicoop Etruria, frutto della fusione tra Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia, era stata presentata con l’ambizione di creare sinergie, colmare debolezze, rilanciare la presenza cooperativa in Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Abruzzo. Si parlava di investimenti, di valorizzazione delle filiere locali, di rafforzamento dei servizi ai soci.
Oggi, nel confronto sindacale, quella visione sembra rimanere sullo sfondo, mentre avanzano scelte drastiche che colpiscono lavoro e territori.
Come organizzazioni sindacali non ci sottrarremo al confronto, ma che questo sia vero, trasparente e nel merito. Vogliamo un piano industriale che non sia solo somma di tagli e cessioni, ma progetto di rilancio autenticamente cooperativo, che investa sulle persone, sulla formazione, sull’innovazione senza sacrificare l’occupazione. Che tenga insieme sostenibilità economica e responsabilità sociale.
Quando un’azienda o un punto vendita “Coop” chiudono o vengono cedute, non si perde solo un’insegna: si perde un presidio sociale, un punto di riferimento, una garanzia di qualità, lavoro e coesione.
Preoccupa una narrazione sempre più diffusa secondo cui il sindacato sarebbe freno al cambiamento, forza conservatrice incapace di leggere la realtà. Una rappresentazione ingiusta e pericolosa.
Il sindacato non nega i cambiamenti del mercato, né la necessità di innovare. Ma non accetta che il lavoro venga trattato come una “variabile di aggiustamento”, come un costo da comprimere per rendere sostenibili scelte industriali che orientate alla riduzione del perimetro cooperativo.
Difendere l’occupazione, la dignità e le tutele non significa difendere l’immobilismo. Significa difendere il cuore stesso della cooperazione.
Lo stato di agitazione e le iniziative di mobilitazione non sono una chiusura, ma un atto di responsabilità verso chi in Coop lavora da anni e verso le comunità che nella cooperazione continuano a riconoscersi.
Lo ricordava Campaini, “un’altra vita è possibile” se si recuperano il valore etico e l’identità culturale degli individui, perché l’obiettivo delle imprese non deve essere solo e soltanto il profitto.
Noi aggiungiamo: un’altra cooperazione è necessaria. Non può essere una cooperazione che cresce tagliando, che si rafforza lasciando indietro persone e territori. Senza lavoratrici e lavoratori, senza filiere, senza comunità, la cooperazione smette semplicemente di essere. La distribuzione cooperativa deve rimanere fedele al dettato della nostra Costituzione democratica: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”.
Consegnato in redazione il 17 dicembre 2025
