Ci vuole un gran fisico per correre dietro ai sogni, lo scriveva Stefano Benni, vale per tutte e tutti coloro che, a dispetto di ogni principio di realtà, veleggiano verso la martoriata Striscia di Gaza, presidiano i porti per impedire l’attracco di navi ‘armate’ o appartenenti allo Stato di Israele, occupano le facoltà universitarie e scendono in piazza portando con sé i colori di una bandiera che è molto più di un simbolo di uno Stato che ancora non c’è.

Due anni dopo quel maledetto 7 ottobre, ai mille, duemila, tremila morti israeliani sono seguite almeno settantamila vittime palestinesi, senza contare i morti per denutrizione e per stenti, i mutilati, gli impazziti interiormente dopo quello che stanno vivendo da allora. Il buco nero della guerra, delle guerre, che rischia invariabilmente di inghiottire ogni residuo di umanità viene contrastato a mani nude da chi si mette in mare per dare un aiuto non solo simbolico, ma politico a un popolo che da quasi ottant’anni lotta per la sua stessa esistenza.

La Global Sumud Flottilla ha conquistato le aperture dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani, già questo è un merito e la dimostrazione che è possibile dire ‘no’ all’impotenza dei governanti, incapaci di andare oltre le logore parole di condanna per la carneficina in corso a Gaza e in Cisgiordania. E sono un avviso ai naviganti le piazze riempite da tante e tanti insospettabili, che non si interessano alla politica politicata, ma vedono con i loro occhi quello che sta accadendo grazie all’estremo sacrificio di chi è lì a documentare l’orrore, quasi trecento giornalisti e operatori dell’informazione uccisi sul posto di lavoro. Nella tradizione biblica, quella riconosciuta anche dal governo di Tel Aviv, Noè salvò il pianeta imbarcando uomini e animali di ogni specie per sfuggire al diluvio universale.

Sulla Flottilla oggi è imbarcata l’umanità che resiste all’orrore della guerra. Sumud, la volontà di sopravvivere.