Il mondo cooperativo sì è sempre distinto per la sua cultura di impresa alternativa a quella delle altre aziende della grande distribuzione alimentare. Una cultura che poneva gli interessi di lavoratrici e lavoratori (e naturalmente delle consumatrici e consumatori, veri titolari della cooperativa) al centro delle proprie scelte e delle proprie politiche di impresa. Una forma di impresa che, pur nelle contraddizioni che le necessità di sostenibilità economica alle volte impongono, non ha operato mai alla ricerca del massimo profitto ma sempre nell’affermazione dei valori cooperativi.
Da qualche anno questo non succede più e la storia della nostra azienda è cambiata radicalmente. Un cambiamento che viviamo con sofferenza ogni giorno in cui andiamo a lavorare, non tanto per una drammatizzazione polemica della nostra realtà, ma per i fatti che ci coinvolgono come delegazione sindacale e come lavoratrici e lavoratori.
In un bell’articolo su reds dell’agosto di questo anno [“Se l’unione fa la coop, le relazioni sindacali la rafforzano!”], il compagno ed amico Luigi Celentano ha rimarcato l’importanza delle relazioni sindacali nella definizione del benessere aziendale: sia in termini di garanzie e sicurezza lavorativa, sia nei termini della salvaguardia dei diritti e del salario di chi lavora. In Lombardia questa strada sembra oramai smarrita e non sappiamo se mai sarà recuperata.
Prima questione che oramai ci coinvolge da troppi anni è il mancato rinnovo dell’integrativo. Dopo la disdetta di Coop Lombardia del Contratto integrativo aziendale, le trattative per riattivare ed avere nuovamente un contratto attivo si sono arenate. Nonostante scioperi, discussioni e tentativi di ogni genere oggi il nostro lavoro è regolato da un regolamento unilaterale e non dal contratto, un fatto inaccettabile ed inedito per la nostra cooperativa.
Un’altra questione è la gestione dei corner di parafarmacia presenti all’interno dei negozi: dopo gli investimenti dei primi anni Coop Lombardia ha deciso di non gestire più i corner cedendoli a società terze, più esperte del settore. Ma la cessione delle parafarmacie (interne ai supermercati e che occupano tra i 2 e i 4 farmacisti) viene fatta senza attivare le procedure di legge. Un fatto gravissimo che espone lavoratrici e lavoratori coinvolti a scelte non condivise e non garantite dalle norme sulla cessione dei rami di azienda.
A questi due eventi aggiungiamo le vicende che coinvolgono due negozi storici: Cassano D’Adda e Busto Arsizio. Il primo negozio verrà ristrutturato per farne un punto vendita moderno e aggiornato (fatto positivo) ma in previsione dei lavori tutto il personale è stato trasferito a titolo definitivo in altre sedi. Questo significa che un domani, alla riapertura del supermercato di Cassano nessuno dei nostri colleghi che li ha sempre lavorato, e nelle cui vicinanze abita e vive (Cassano è una cittadina a metà strada tra Milano e Bergamo) ha la garanzia di poterci tornare.
Busto Arsizio invece verrà ceduto ad Eurospin. Dopo mesi di voci, sempre smentite dalla Coop, in queste settimane si è ufficializzata la cessione del negozio. I nostri colleghi verranno trasferiti con la proprietà del negozio alla nuova società e perderanno il contatto ed il proprio posto di lavoro in Coop; certamente garantiti nel futuro occupazionale, ma comprendiamo in condizioni contrattuali, gestionali e di prospettiva molto diverse. Questo ultimo fatto è quello che più sta pesando nel presente e nel rapporto con la nostra cooperativa: come è possibile che dopo aver raccontato bugie per tanto tempo si possano abbandonare i dipendenti, che sono il patrimonio storico del punto vendita, oltre che nostri amici e colleghi, in maniera così semplice e senza cercare soluzioni alternative a cominciare dalla ricollocazione in punti vendita della Coop?
Se le relazioni sindacali sono lo strumento con cui si esplicita il rispetto dei propri dipendenti, il valore dell’azienda, la capacità di produrre valore economico e valore umano la Coop Lombardia, con lo smantellamento del sistema di relazioni storiche, sta dimostrando aver smarrito la propria via e la cultura che l’ha sempre resa “la nostra azienda”. Anche l’azione sindacale però in questo caso deve modificarsi e prendere coscienza della situazione: una situazione che chiede reattività, azione e determinazione, perché lavoratrici e lavoratori sono stanchi e delusi e sentono il bisogno di una diversa presenza. Il male peggiore è il sentimento di abbandono, ed è questo quello che interpretiamo oggi come coordinamento dei delegati, un sentimento che merita una diversa attenzione da parte di tutta la struttura, della FILCAMS-CGIL in tutte le sue articolazioni organizzative e politiche con l’apertura di un confronto concreto che restituisca alle lavoratrici e lavoratori il contratto integrativo che meritano, oltre che un futuro lavorativo certo.
