Il ‘rappresentato’ viene prima del ‘rappresentante’
Nella discussione complessiva che la CGIL sta affrontando, con la convocazione dei gruppi di lavoro che dovranno elaborare la proposta complessiva da sottoporre all’Assemblea Generale, la prima cosa da evitare è la polarizzazione di posizioni che non aiuta la definizione di un modello aggiornato ed esigibile di rappresentanza.
Nell’evitare questo rischio voglio partire da una considerazione di carattere politico generale: le determinazioni dell’assemblea di organizzazione da cui questi ragionamenti prendono origine furono approvati da tutte le categorie, compresa la nostra. La rielaborazione di cui abbiamo bisogno oggi deve assumere quindi l’approccio unitario che avemmo quando scrivemmo il programma fondamentale, come base per poter definire una soluzione confederalmente sostenibile, anche perché nel frattempo all’esterno della nostra organizzazione sono accadute molte cose: il rapporto che si è creato tra la CISL e il governo Meloni la più rilevante. La legge sulla partecipazione voluta dalla CISL, pur monca, può divenire la base su cui sviluppare un modello sindacale che modifica completamente il ruolo del sindacato nell’ordinamento lavoristico italiano. Di fronte a questa prospettiva la mancanza di una sintesi condivisa tra di noi può indebolire la posizione della CGIL.
Questa sintesi deve cominciare con la difesa della rappresentanza elettiva. Nel corso della assemblea di organizzazione votammo la scheda numero 6 che affermava: “Democrazia e partecipazione – Aprire una grande stagione di impegno politico e organizzativo a tutti i livelli dell’organizzazione, ed in sede unitaria, per l’elezione delle RSU in tutte le aziende con più di 15 dipendenti con l’obiettivo di rilanciare il loro ruolo e la loro funzione contrattuale nei luoghi di lavoro…. Per la CGIL, in ogni caso, la nomina delle RSA dovrà avvenire attraverso la modalità elettiva”.
Questa stagione non può però essere definita come un obiettivo da perseguire ma piuttosto come impegno da realizzare. La FILCAMS-CGIL ha sempre denunciato l’impossibilità di procedere massivamente alla elezione delle RSU a causa del boicottaggio di FISASCAT-CISL e UILTuCS. Certamente è una motivazione da tenere in considerazione, ma una lunga esperienza giurisprudenziale (le cause intentate a Firenze da parte della FISASCAT avverso la presenza delle RSU nelle imprese) ci dice che possono essere presenti entrambe le due forme di rappresentanza nello stesso luogo di lavoro. Non è sicuramente una scelta banale quella di procedere solo come FILCAMS-CGIL all’avvio delle procedure di elezione delle RSU, ma ci permetterebbe di iniziare a praticare con coerenza, di forzare su FISASCAT e UILTuCS, rafforzandoci agli occhi di lavoratrici e lavoratori che potrebbero eleggere i loro rappresentanti sindacali. In questi anni non abbiamo mai realmente praticato nemmeno le elezioni delle RSA. Praticare l’elezione delle RSA ci porrebbe in posizione di forza nei confronti dei nostri cugini, rafforzando la giusta argomentazione per cui nei nostri ambiti produttivi, le RSA sono indispensabili a causa della struttura produttiva delle imprese su cui operiamo: molto piccole e frammentata. L’impegno per l’elezione delle RSU, laddove possibile, la elezione dove questo non è possibile delle RSA di sigla, darebbe forza e coerenza alle nomine delle RSA dove fosse invece realmente impossibile procedere ad elezioni di qualsivoglia tipo. Questa coerenza sarebbe premiata anche nella necessità, dichiarata e motivata correttamente in queste settimane, di sperimentare e dare sostanza a forme alternative di rappresentanza che coprano i settori oggi scoperti: microimprese, imprese fortemente frammentate nei territori, gruppi di microimprese legate ad una sola proprietà o con un solo marchio commerciale, tipologie molto presenti nel nostro mondo del terziario. Rappresentanze di sito o territoriali, con strumenti e risorse esigibili sono un obiettivo concreto e di prospettiva della FILCAMS-CGIL che necessita di un quadro chiaro e organico della rappresentanza.
La mancanza di una legge sulla rappresentanza: questo è certo il problema più grande da affrontare, ma applicando con costanza gli impegni assunti nei diversi accordi interconfederali che riguardano la nostra categoria potremmo renderli praticabili. Questa iniziativa costringerebbe gli altri soggetti, sindacali e padronali, ad affrontare in maniera diversa le discussioni future, rafforzando la nostra proposta di rappresentanza democratica del mondo del lavoro.
Altrettanto complessa e delicata appare la questione della approvazione certificata degli accordi sindacali sottoscritti; di quali accordi parliamo, con quali modalità, in che perimetri? Se, per esempio, decidiamo di sottoporre a referendum un accordo di riorganizzazione aziendale chi ne sarebbe coinvolto? Pensiamo a quei casi di competizione territoriale sul mantenimento di siti produttivi in aziende in crisi: chi vedrebbe il proprio stabilimento garantito nella continuità produttiva potrebbe decidere a maggioranza per chi invece si vedrebbe costretto alla chiusura. E’ già successo nei settori industriali soprattutto.
Per provare a trarre delle conclusioni da queste riflessioni, necessariamente sintetiche, ritengo indispensabile affrontare ogni discussione avendo ben presente che il modello di rappresentanza riguarda intimamente il modello di sindacato che vogliamo sostenere. Se non vogliamo tendere ad una visione corporativa, limitata sul piano dell’azione e della proposta politica, la discussione deve essere sostenuta da un rapporto avanzato e democratico con la massa di lavoratrici e lavoratori: avanzato perché sollecita il protagonismo di chi lavora, democratico perché ci pone al loro fianco e non davanti, con una scala gerarchica invertita che metta al centro l’attenzione sul rappresentato, più che sul rappresentante, sulla moltitudine delle persone che lavorano e non sull’organizzazione.
