Al momento stai visualizzando L’adesione allo sciopero nelle farmacie pubbliche impone il rinnovo contrattuale! – di Riccardo Dentini

Il 17 giugno 2026 lo sciopero nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori delle farmacie comunali ha lanciato un chiaro segnale di dignità ai vertici di Assofarm, ai Cda delle aziende speciali e alle amministrazioni comunali coinvolte. Il personale delle strutture pubbliche, circa 6.000 addetti in Italia, ha incrociato le braccia per rivendicare un contratto dignitoso. I dati parlano di una risposta massiccia, con una media nazionale di adesione superiore all’80%, con punte prossime al 100% e serrande abbassate in moltissime città, in molte delle quali si è registrata una chiusura totale delle sedi non di turno. Nelle piazze e nei presidi è emerso l’orgoglio di una categoria stanca di subire uno stallo insostenibile. Parliamo di tutto il personale delle farmacie comunali, dai professionisti laureati ai non laureati, figure essenziali della sanità di prossimità rimaste con un contratto scaduto dal 31 dicembre 2024. Il fallimento delle procedure di conciliazione è stato l’ultimo atto di una trattativa che sembrava essere partita in maniera promettente, ma arenatasi poi negli ultimi incontri, trovando però sulla sua strada una forte risposta sindacale unitaria.
La riuscita dello sciopero riaccende i riflettori su una profonda e rischiosa trasformazione della professione che le parti datoriali fingono di non vedere. Il farmacista nasce storicamente come professionista sanitario “esperto del farmaco”, un ruolo focalizzato sulla dispensazione, sul controllo galenico e sulla consulenza scientifica. L’avvento della cosiddetta “farmacia dei servizi” sta rimettendo radicalmente in discussione questa identità. Oggi dal personale laureato si esigerebbe l’esecuzione diretta di prestazioni para-infermieristiche e diagnostiche. Il farmacista è chiamato a “mettere le mani sul paziente”: eseguire tamponi, prelievi di sangue capillare, elettrocardiogrammi, screening e vaccinazioni. Questo slittamento implica un carico di responsabilità civili e penali enorme, oltre a un rischio biologico mai visto prima tra i banchi. È inaccettabile che a fronte di un ampliamento così invasivo delle mansioni, che trasforma le farmacie in presidi ambulatoriali di frontiera, corrisponda un totale immobilismo sul piano del riconoscimento salariale, normativo e delle tutele. Se cambiano il lavoro e le responsabilità, il contratto deve adeguarsi.
A questo stravolgimento si aggiunge un’emergenza salariale non più differibile. Gli stipendi reali del settore sono praticamente fermi da quasi vent’anni, bloccati da rinnovi tardivi che hanno eroso il potere d’acquisto. In questo contesto, l’ultima proposta economica avanzata da Assofarm si è rivelata irricevibile: le cifre messe sul tavolo non coprono l’inflazione galoppante degli ultimi anni, configurandosi come l’ennesima svalutazione del lavoro. Non si può fare cassa sulla pelle di chi garantisce la salute pubblica; serve un adeguamento forte che restituisca dignità ai bilanci familiari e agganci i salari al costo della vita reale.
La mappa delle adesioni ha fotografato una mobilitazione imponente, specialmente al Centro e al Nord, costringendo molte strutture a garantire solo i servizi minimi. Mi permetto di sottolineare con orgoglio il risultato registrato nella nostra piccola Umbria: i presìdi di Perugia e Terni hanno testimoniato visivamente la compattezza e la determinazione dei lavoratori umbri a non cedere di un millimetro, grazie anche ad un forte lavoro di sindacalizzazione in cui la Filcams-Cgil ha giocato un ruolo da protagonista. La riuscita dello sciopero assegna ai nostri rappresentanti una forza contrattuale senza precedenti.
La riuscita dello sciopero produce un effetto politico immediato che Assofarm non potrà ignorare. Spesso si pensa che la natura pubblica di queste aziende garantisca maggiore attenzione sociale, ma la realtà ci mostra come molte amministrazioni locali abbiano perso questa sensibilità verso il welfare aziendale e le condizioni di lavoro, assimilando logiche puramente privatistiche e di profitto. Che sia una conseguenza dell’aria che tira nel Paese? Tuttavia, proprio la natura istituzionale dei servizi gestiti rimette Assofarm al centro del dibattito politico locale. La spallata sindacale costringerà le aziende speciali e i Comuni soci a fare i conti con il dissenso interno. È probabile che questa forte mobilitazione spinga la parte datoriale a riaprire il tavolo per giungere in tempi brevi alla firma. Assofarm deve evitare il prolungarsi di una protesta che aprirebbe pesanti interrogativi politici di fronte a cittadini, elettori e agli amministratori stessi. La forza dimostrata dai lavoratori dovrebbe mettere in guardia la parte datoriale: se a breve non si sbloccherà il tavolo, le probabilità di trovarci di nuovo in piazza sono elevate.
Il successo della mobilitazione potrebbe innescare dinamiche interessanti anche sul fronte della trattativa parallela per il rinnovo delle farmacie private. Federfarma rappresenta da sempre un osso duro, un interlocutore rigido e propenso a dilatare i tempi per difendere le posizioni della proprietà. Se l’effetto dello sciopero accelererà la sigla del CCNL Assofarm su basi economiche e normative dignitose, si potrebbe determinare un ipotetico effetto traino sul comparto privato. I titolari delle farmacie private si troverebbero di fronte a un nuovo parametro di riferimento settoriale, rendendo complessa la difesa di posizioni eccessivamente al ribasso. Un accordo nel pubblico toglierà argomenti alla narrativa datoriale privata sulla sostenibilità dei costi, aprendo uno spazio di pressione politica e contrattuale che la Filcams e i lavoratori del settore privato dovranno essere capaci di sfruttare. Guardiamo a questo percorso sapendo che la mobilitazione resta lo strumento principale per spostare i rapporti di forza. Il cammino è lungo, ma la grande partecipazione dimostra che quando lavoratrici e lavoratori si uniscono, la voce arriva forte e chiara dove si decide il futuro.

(consegnato in redazione il 18 giugno 2026)