Al momento stai visualizzando Integrativo Esselunga. Un rinnovo che parla al futuro e riconosce il presente – di Giuseppe Di Bari e Stefano Recupero

Ci sono stanchezze che dicono tutto: quella di chi da vent’anni entra nello stesso negozio, di chi ha attraversato il Covid senza mai tirarsi indietro, di chi ha visto il suo salario perdere valore, mentre la vita diventava più cara. La stanchezza di chi gestisce reparti con organici ridotti con schiene e ginocchia che chiedono tregua, quella di chi entra in negozio sapendo che da un momento all’altro qualcuno potrebbe aggredirti a parole o fisicamente. Questa realtà raccontano le lavoratrici e i lavoratori di Esselunga. Vite che si intrecciano con il lavoro fino a confondersi. Da qui dobbiamo partire, senza fingere che tutto vada bene, per “scrivere il timone” del nuovo Contratto integrativo aziendale (Cia).
Le nuove modalità di spesa hanno cambiato tutto. Il lavoro nei negozi è trasformato dalle casse automatiche, dalla “pistola” che scansiona i prodotti per clienti fidelizzati, usi alle casse veloci. Oggi un/a collega può trovarsi a gestire fino a dodici casse contemporaneamente, muovendosi tra clienti che non sempre comprendono il funzionamento delle nuove tecnologie, tra tensioni che si accumulano, tra richieste che si moltiplicano. Quando qualcosa non funziona, quando un codice non passa, quando un cliente si sente “abbandonato”, la persona che ha davanti diventa un bersaglio. Il rischio aggressione è aumentato. Chi ci lavora deve avere formazione, strumenti, tutele, protezione. Non può essere sola/o.
Esselunga è cresciuta, si è espansa, ha innovato. Ma il contratto che dovrebbe proteggere chi questa crescita ha reso possibile è rimasto ad un’altra epoca. Il salario variabile aziendale è fermo al 2007 e non coglie più fatica, professionalità, il valore che ogni persona porta in negozio ogni giorno. È diventato cifra modesta, scollegata dalla realtà. Quando un premio non premia diventa un modo per creare disuguaglianze.
L’età media è 42 anni. I giovani entrano con part-time rigidi, sabati e domeniche strutturali, poche prospettive. Restano qualche anno, poi mollano. Il peso del lavoro resta sulle spalle di chi è già stanco, di chi ha limitazioni fisiche, patologie croniche, fragilità certificate dalla 104, invalidità…
Serve un’organizzazione del lavoro che tenga conto della realtà delle persone, non solo dei numeri della copertura oraria. Serve una svolta per salute e sicurezza; l’organizzazione del lavoro deve rispecchiare l’esigenza di valorizzare chi ogni giorno lavora a ritmi serrati, chi sopporta carichi di lavoro eccessivi. Sfidiamo l’azienda a mettere in campo investimenti che tutelino chi è appena entrato insieme a quelli che l’azienda la vivono da anni. Lo stress-lavoro correlato non deve essere spauracchio, parola che genera perplessità, da cui prendere le distanze, ma opportunità, dove i tanti attori che giocano la partita la vivano come occasione per rendere quanto più “sereno” possibile l’ambiente lavorativo. Ci vuole chiarezza negli affidamenti, per dare davvero valore al merito; gli opportunismi siano relegati ad eccezione e non regola. Occorre che il nuovo incontri il vecchio, con l’idea che possa apprendere dal secondo una cultura di rispetto reciproco, non di diffidenza; serve che il “vecchio” abbia a cuore di trasmettere il valore del passaggio di consegne.
Chi sta in negozio gestisce clienti sempre più esigenti, deve saper comunicare, mediare, calmare tensioni, risolvere problemi, orientare le persone tra nuove tecnologie e nuove modalità di spesa. Si da per scontato che “vendere” sia un lavoro semplice. Sono invece competenze relazionali, emotive, professionali, competenze che si imparano con l’esperienza, che si costruiscono giorno dopo giorno. Devono essere riconosciute nella classificazione professionale: non si può chiedere professionalità senza riconoscerla.
Il mondo invisibile dei magazzini e dell’e-commerce è un mondo che per troppo tempo è rimasto in ombra. Sono persone che lavorano in condizioni completamente diverse da quelle dei negozi, ma che vengono inquadrate come facessero lo stesso lavoro. Passano notti intere a preparare ordini, a movimentare merci, a sostenere ritmi che non hanno nulla a che vedere con la vendita al banco. Eppure non hanno le indennità corrette, non hanno un riconoscimento adeguato, non hanno un contratto che dica chiaramente che “il tuo lavoro ha dignità”. Non lo possiamo più accettare!
La maggiorazione del 15% per il lavoro notturno appartiene a un’epoca in cui la notte era un’eccezione. Nei magazzini web, la notte è diventata turno di riferimento, un pezzo strutturale dell’organizzazione del lavoro. La maggiorazione è rimasta ferma, incapace di riconoscere la fatica, il sacrificio, la vita che si sposta mentre il resto del mondo dorme. Non è dignità. Non è equità. Non è rispetto.
Il lavoro cambia e la vita deve restare vivibile. Chi lavora in Esselunga da più di venticinque anni ha visto cambiare tutto: i ritmi, le richieste, le aspettative dei clienti. Serve più professionalità, più attenzione, più competenze. Tutto questo deve stare in equilibrio con la vita delle persone. Non si può chiedere sempre di più, senza accorciare i nastri orari, senza garantire riposi veri, senza riconoscere valore a chi ogni giorno mette la sua energia, la sua salute, la sua dignità al servizio del lavoro.
Il contratto “parla” alle persone. Potremmo anche sottoscrivere il miglior Cia del mondo, ma se le persone non lo sentiranno loro, se non ci si riconosceranno, se rimanesse un documento calato dall’alto, varrebbe oggi e non varrebbe domani. Il Cia che vogliamo costruire deve parlare alle persone e ridurre la distanza tra lavoratori e sindacato; deve dar voce a chi spesso non ne ha; deve ispirare fiducia, appartenenza, possibilità di cambiamento. Il motore del sindacato non è la firma: è la speranza che accende.
Il negoziato riguarda tutti, Esselunga è un punto di riferimento nazionale. Un buon integrativo alzerebbe l’asticella per tutta la Grande Distribuzione Organizzata. Significa tutela non solo per chi lavora in Esselunga, ma per chi lavora in tutto il settore. Significa evitare che soluzioni al ribasso diventino precedenti pericolosi. Perciò dobbiamo tenere il punto. Dobbiamo puntare in alto. Dobbiamo ottenere il miglior contratto possibile. Le lavoratrici e i lavoratori di Esselunga lo meritano! Noi siamo qui per questo.

(consegnato in redazione il 24 marzo 2026)