Al momento stai visualizzando Il capitalismo colonialista e le sue conseguenze – di David Lognoli

“Un giorno tutti diranno di essere stati contro”: il percorso di emancipazione dal pensiero neoliberale nel libro di Omar El Akkad

In Un giorno tutti diranno di essere stati contro [Feltrinelli, 2025, pp. 192, ISBN: 9791256240371] Omar El Akkad, giornalista e scrittore, ci racconta il suo percorso di emancipazione dal pensiero neoliberale. Nato in Egitto, cresce in Qatar prima di trasferirsi in Canada e negli Stati Uniti d’America. È, qui, nell’empireo del mondo occidentale, che diviene prima giornalista, poi scrittore di fama e successo (pluripremiato con American War) e infine, sollecitato intimamente dal genocidio del popolo palestinese, compone i tasselli della propria vita e matura piena consapevolezza della sostanza del capitalismo colonialista e neoliberale.
Le tracce dell’intreccio sono tre: il tempo lontano in cui è avvenuta la formazione dell’autore; il tempo attuale con le angoscianti e frammentate cronache dello sterminio dei palestinesi; la riflessione politica sullo stato di cose presenti. I piani narrativi si soprammettono con la riflessione politica che, pagina dopo pagina, prende il sopravvento e con la vicenda personale che da cronaca del passato diviene testimonianza dell’azione presente.
Al tempo presente del genocidio in atto – in atto quando il 25 ottobre 2023 milioni di persone lessero il messaggio social “Un giorno tutti diranno di essere stati contro” che dà il titolo al libro, in atto nel giugno del 2025 quando il libro è uscito e in atto ancor oggi che pubblichiamo questa recensione – sono dedicate brevi cronache in corsivo che aprono ogni capitolo. Testi crudi, frammentati, angoscianti. Angoscianti tanto quanto il loro contenuto. Così angoscianti che spesso il lettore deve tornare indietro per recuperare tutto il contenuto oltre il senso di orrore e disgusto che la loro lettura provoca e spinge la mente automaticamente a procedere oltre. Del resto, è questo senso di assuefazione e difesa alla base della tolleranza che nel mondo occidentale abbiamo rispetto ai tragici eventi mediorientali.
Al tempo passato è demandata la formazione personale e professionale dell’autore. Un autore cosmopolita che si realizza pienamente dentro il mercato giornalistico ed editoriale nordamericano ma che, grazie alla sua irriducibile identità araba e alla sua pelle scura, coltiva in sé quel germe di vitalità che, nel triste momento della verità, gli permetterà di comporre la propria vicenda dentro quella tragica del tempo che vive. Quale altra se non l’economia che muta, sospinta dalla globalizzazione, la forma più predatoria fino a ora espressa dal capitale, è del resto la causa del principio della sua vita? Per questo il padre si muove dall’Egitto al Qatar e poi in Canada. Ceto medio nella propria terra d’origine, la famiglia vive poi come upper class servile nelle sue peregrinazioni. Umiliati spesso dall’arbitrio della burocrazia che manifesta il dispotismo degli stati ben ordinati. O almeno che credono di esserlo. Ed è grazie al continuo sospetto verso il suo essere arabo, verso la sua pelle scura, ed è grazie alla continua necessità di dover giustificare il suo essere arabo, nero, mussulmano ma non terrorista, che mantiene viva in lui la consapevolezza di una condizione di subordinazione nazionale, civile ed economica rispetto agli ospiti bianchi, ricchi e politicamente corretti.
Nel momento in cui il genocidio del popolo palestinese prende finalmente il nome che gli spetta e viene mostrato nella sua ferocia insostenibile, il quadro si compone e il j’accuse contro l’establishment nordamericano prende corpo. Da una parte la ferocia senza ipocrisie del trumpismo, dall’altra la distopia della stampa e del mondo democratico che in ogni parola sfuma, riduce, sminuisce e soprattutto mai consegue con un fatto. Un discorso che l’autore completa con citazioni puntuali, come quella di un editoriale del “New York Times” in cui l’Iran è paragonato a una vespa. E dunque, vista l’istintiva paura che dobbiamo avere delle vespe, sarà bene schiacciarlo. E così infatti stanno provando a fare USA e Israele. Del resto la paura, la paura del terrorismo, la paura della vittoria di quelli ancora più cattivi (Trump negli USA, la Meloni da noi) è l’unico argomento presentato in sostegno dei democratici USA. Ma di fronte all’inerzia e al sostegno verso lo sterminio dei palestinesi la paura non basta più. Ecco infatti che questa terza traccia del racconto è al contempo denuncia dei media, denuncia della politica nordamericana e spiegazione della vittoria del trumpismo: da una parte l’adesione di coloro che hanno paura dei più poveri e dall’altra, finalmente, la defezione di quella parte colta, spesso giovane, della società che non può essere connivente con il sostegno a un genocidio.
Ora che il re è nudo non c’è più spazio per non stare dalla parte giusta e il tempo per farlo, ci dice Omar El Akkad, è questo. Per cui poi sarà comodo dire di essere stati contro senza invece aver fatto nulla, per non mettere in discussione la propria appartenenza a un mondo autoreferenziale che elargisce piccoli e grandi privilegi rispetto alla morte altrui.
[Consegnato in redazione l’11 aprile 2026]