Perfino il governo Meloni, ed è tutto dire, ha capito che non porta consensi assecondare le pulsioni guerrafondaie che animano i governanti di mezza Europa in chiave antirussa. Per non parlare delle contestazioni popolari, sempre più visibili, nei confronti di Usa e Israele, corresponsabili di interminabili atrocità in Medio Oriente – dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e al Libano – e dell’ennesima crisi economica internazionale provocata dal proditorio attacco all’Iran da parte di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Basta guerre e riarmo, parola d’ordine che conquista ogni giorno che passa nuove adesioni. Anche in quella maggioranza silenziosa che pure assiste senza battere ciglio all’escalation dei cosiddetti “decreti sicurezza”, con cui la destra al governo cerca di dare una svolta autoritaria al paese.
E’ ossigeno per la democrazia l’attivismo del movimento Stop Rearm Italia, promosso da oltre 500 realtà sociali e politiche per contestare la corsa agli armamenti che trova nei centri decisionali dell’Unione europea il proprio quartier generale. Nel lungo fine settimana chiuso il 2 Giugno, festa di una Repubblica che ha scolpito nella sua Costituzione il rifiuto della guerra, sono state più di cento le iniziative con la richiesta “di investire nel futuro con risorse da destinare a lavoro, diritti, welfare e transizione ecologica, non al riarmo”.
La salutare disobbedienza ai draconiani vincoli finanziari della tecnocrazia di Bruxelles, per costruire giustizia sociale invece di cannoni, carri armati, droni da combattimento e basi militari, è un sentimento che si sta propagando sempre più. E potrebbe rafforzare la manifestazione europea “Welfare not warfare” contro il Piano di riarmo Ue, fissata per il 14 giugno proprio a Bruxelles.
(consegnato in redazione il 31 maggio 2026)
