Al momento stai visualizzando Referendum, destra al tappeto. La Costituzione non si tocca – di Frida Nacinovich

Quattordici milioni di ‘no’ buttano alle ortiche la riforma Nordio. Dalle parti di palazzo Chigi se ne dolgono assai, l’altra Italia invece festeggia in piazza. La primavera referendaria segna bel tempo. Non passa l’ennesima aggressione alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza al nazifascismo, il popolo sovrano ha detto ‘no’. Un bel pezzo di popolo, visto che a questo referendum voluto dalla destra al governo ha votato quasi il 60% degli aventi diritto. Più che alle scorse elezioni europee, poco meno che alle politiche del 2022. Come le previsioni del tempo all’epoca degli stravolgimenti climatici, i sondaggisti non ci hanno preso nemmeno in questa occasione: davano per certa la vittoria del ‘sì’, si sono accorti solo all’ultimo momento che il ‘no’ era in costante rimonta. Una Costituzione resistente agli urti della politica. Era scesa in campo anche Giorgia Meloni nelle due settimane decisive per far pendere la bilancia da questa o dall’altra parte. Macché, nemmeno lei è riuscita ad arrestare la valanga di ‘no’, che hanno vinto in tutte le grandi città. Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, si consolerà prendendo il tè con la ‘famiglia nel bosco’, invitata a palazzo Madama nell’ultimo disperato tentativo di spostare i consensi dalla parte del sì. Forse non si parlerà più del terribile delitto di Garlasco, monumento equestre ai presunti errori giudiziari di una magistratura brutta, sporca e cattiva.
Giorgia Meloni e il suo ministro Carlo Nordio non ce l’hanno fatta. Del resto prima di loro aveva fallito Silvio Berlusconi, in anni in cui l’Italia non era di destra, di sinistra, ma apparteneva al Cavaliere, come da celebre, fulminante battuta di Corrado Guzzanti truccato da Francesco Rutelli. In anni più recenti Matteo Renzi ci si è giocato un governo, cosa che non succederà alla più accorta Meloni, prontissima ad anticipare che, comunque fosse andata la consultazione popolare, lei sarebbe rimasta a palazzo Chigi. Certo però la polarizzazione di questo referendum costituzionale rischia di pesare sulla politica italiana, a poco più di un anno dalle elezioni del 2027. I cartelli in piazza sono esemplificativi: “No alla guerra”, “No al governo Meloni”, “Meloni vattene”, “Lasciamo in pace la Costituzione”. Si è messo di mezzo anche l’amico Donald Trump, povera presidente del Consiglio. E fra pochi giorni il taglio delle accise finirà in archivio, portando la benzina a due euro il litro.
La Crociata è finita male, le truppe si sono ribellate, l’attacco lancia in resta si è rivelato un disastro. L’affluenza alle urne può essere ‘piuma’, ma può essere anche ‘fero’, parafrasando il Mario Brega di “Bianco, rosso e Verdone”. Questa volta è stata ‘fero’, affluenza record, intorno al 59%. Le toghe rosse non sono state sconfitte, gli eredi di Silvio Berlusconi si fermano al 46%, sette punti percentuali sotto i ‘no’. Cara, vecchia Costituzione, come la coperta di Linus gli italiani ci si aggrappano nel momento del bisogno. E questa volta l’hanno fatto anche i giovani, tante giovani e tanti giovani che evidentemente non guardano più la televisione come una volta. Salvandosi (e salvandoci) la vita.

(consegnato in redazione il 23 marzo 2026)