Raniero Panzieri (Roma, 14 febbraio 1921 – Torino, 9 ottobre 1964), intellettuale di vaglio, fu dirigente del Partito socialista italiano e direttore di “mondoperaio”. Dopo la rottura con il PSI fondò con altri la rivista “Quaderni rossi”.
L’inchiesta operaia rappresenta per Raniero Panzieri il fulcro attorno a cui ruota tutta la sua concezione del rapporto tra teoria e prassi rivoluzionaria, lo strumento privilegiato per ricostruire un legame autentico e non mistificato tra gli intellettuali e la classe operaia. Nei suoi scritti, e in particolare nell’esperienza dei “Quaderni rossi”, l’inchiesta diventa il luogo in cui la critica dell’economia politica di Marx si incarna nell’analisi concreta della fabbrica e dei comportamenti operai, per superare l’astrattezza e il dogmatismo in cui era caduto il marxismo ortodosso in Italia.
Panzieri si ricollega idealmente alla tradizione marxiana, in particolare all’inchiesta operaia del 1880 che aveva lo scopo di far conoscere al proletariato le condizioni reali del proprio sfruttamento, rendendolo così consapevole della propria forza collettiva. Questa riscoperta assume un carattere politico immediato, calato nel contesto italiano degli anni ‘50 e ‘60 del secolo passato. Il suo obiettivo è demistificare le ideologie dominanti, sia quelle neocapitalistiche che esaltavano la neutralità del progresso tecnico, sia quelle delle sinistre ufficiali (PCI e PSI) che tendevano a ridurre la lotta di classe a un fatto politico-istituzionale o a una mera rivendicazione salariale, perdendo di vista ciò che accadeva dentro i cancelli della fabbrica. L’inchiesta mira anche a far emergere la soggettività operaia, la sua autonoma capacità di antagonismo e di lotta, spesso inespressa o soffocata proprio dalle organizzazioni che dicevano di rappresentarla. Questa concezione dell’inchiesta si nutre di un dibattito metodologico all’interno del gruppo dei “Quaderni rossi”. Panzieri comprende che non si può semplicemente applicare uno schema prefissato. Occorre un metodo che sia allo stesso tempo scientifico e politico. Da qui la sua attenzione, a tratti ambivalente, verso la sociologia. Panzieri è ben consapevole dei rischi di una sociologia “borghese” che frammenta la realtà in dati oggettivi e neutrali, perdendo di vista la totalità del rapporto sociale capitalistico. Tuttavia rifiuta anche l’atteggiamento opposto, quello di una diffidenza preconcetta che porta a liquidare ogni strumento conoscitivo “borghese”. La sua posizione è pragmatica e rivoluzionaria: bisogna impadronirsi degli strumenti della sociologia, usarli, piegarli ai propri fini di classe. Non si tratta di fare una “sociologia operaia” in opposizione a quella borghese ma di utilizzare l’inchiesta come critica dell’economia politica, come strumento per svelare, dietro le apparenze della razionalità tecnica e dell’organizzazione scientifica del lavoro, il dispotismo e i rapporti di potere che costituiscono l’essenza dello sfruttamento capitalistico. Il laboratorio privilegiato di questo approccio è Torino e in particolare la Fiat. L’inchiesta è un lavoro collettivo, un con-ricerca (per usare il termine caro ad Alquati) che coinvolge militanti, giovani operai e tecnici. Si tratta di andare in fabbrica, di parlare con gli operai, di raccogliere le loro testimonianze, le loro sofferenze ma anche le loro forme di resistenza quotidiana. L’obiettivo è comprendere la nuova composizione di classe, analizzare come il processo di ristrutturazione capitalistica e l’introduzione del taylorismo e dell’organizzazione scientifica del lavoro stiano trasformando la figura dell’operaio. Si indagano i nuovi sistemi di cottimo, la parcellizzazione delle mansioni, la dequalificazione professionale, l’arrivo massiccio di forza-lavoro giovanile e meridionale. L’inchiesta serve a cogliere come questi processi, voluti dal capitale per accrescere il proprio controllo, generino al contempo nuove forme di conflittualità, un rifiuto del lavoro che è già, in forma embrionale, una richiesta di potere. Il suo scopo ultimo è politico e organizzativo. Deve servire a superare la frattura tra la spontaneità delle lotte operaie e la coscienza politica organizzata. Panzieri riconosce la potenza eversiva della spontaneità, come nelle lotte del luglio ‘60, ma anche il limite. Lasciata a se stessa, rischia di essere riassorbita o di esaurirsi. Il compito dell’inchiesta è proprio quello di far emergere la coscienza possibile implicita nelle lotte e di tradurre il malessere individuale in antagonismo di classe cosciente. È qui che si inserisce la fondamentale distinzione panzieriana tra conflitto e antagonismo. Il conflitto è una tensione mediabile all’interno del sistema, come quella che il sindacato può negoziare. L’antagonismo è invece una contrapposizione radicale che mette in discussione la radice stessa del potere capitalistico. L’inchiesta deve aiutare a individuare e a far crescere i momenti in cui il conflitto operaio tende a trasformarsi in antagonismo. Rispetto al gruppo che darà vita a “Classe Operaia”, per Panzieri l’inchiesta rimane lo strumento fondamentale per verificare la teoria e costruire pazientemente le condizioni per un nuovo soggetto politico di classe, senza forzature volontaristiche.
(consegnato in redazione il 23 febbraio 2026)
