La sua liberazione è un fattore indispensabile per il processo di autodeterminazione del popolo palestinese
L’ostaggio Marwan Barghouti è simbolo vivente della resistenza e dell’unità nazionale del suo popolo. Ex leader di Fatah in Cisgiordania e della Seconda Intifada, prigioniero dal 2002, condannato a cinque ergastoli dopo un processo politico privo di garanzie e rispetto del diritto internazionale, la sua figura incarna la necessità di giustizia senza la quale, come egli stesso ha sempre affermato, la pace in Medio Oriente è destinata a fallire.
La persistente prigionia di Barghouti è la più lampante espressione del timore israeliano per la sua popolarità: Israele ha sempre negato la sua liberazione, consapevole che libero minerebbe la strategia di divisione e potrebbe fornire un impulso decisivo all’unità nazionale e al processo di autodeterminazione.
Pur sostenendo il diritto alla resistenza armata contro l’occupazione, Marwan ha costantemente promosso la necessità di una strategia di resistenza popolare pacifica, insieme a una visione di pace basata sul diritto internazionale e sulla fine dell’occupazione. “Non è possibile avere pace e occupazione allo stesso tempo, perché la coesistenza in Palestina non sarà mai tra schiavi e padroni”, ha sempre detto, smascherando la propaganda sulla “sicurezza” di Israele, affermando che “la mancanza di sicurezza di Israele, è la mancanza di libertà dei palestinesi”. Parole mai ascoltate dai governi Israeliani che hanno sempre preferito trovare alleati internazionali, gli USA su tutti, per portare avanti il progetto coloniale di insediamento nelle terre dei nativi palestinesi, che continua a erodere il territorio palestinese e mina la possibilità di uno stato palestinese contiguo e vitale.
La lotta per la pace in Palestina non può fare a meno della giustizia.
Qualsiasi processo di pace che non affronti il tema fondamentale della colonizzazione e non garantisca il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese sarà destinato al fallimento.
La resistenza palestinese è la risposta a un’occupazione prolungata e a un sistematico diniego dei diritti umani. La resistenza palestinese non è un fenomeno inspiegabile o “terrorismo”. La resistenza palestinese è la reazione legittima di un popolo oggetto di un processo continuo di espropriazione della terra e sostituzione della popolazione nativa; quel “colonialismo di insediamento” che, in versione moderna, ricalca l’esproprio delle terre dei nativi americani.
Il sionismo ha perseguito l’obiettivo di creare uno stato per il popolo ebraico attraverso l’acquisto forzato e l’espropriazione della terra, l’ebraicizzazione di Gerusalemme e l’ampliamento incessante degli insediamenti in Cisgiordania. È Israele che viola, dal 1949, la risoluzione dell’ONU sulla partizione della Palestina. Il Muro dell’Apartheid è l’espressione fisica di questo regime coloniale.
C’è una frase di Barghouti che è simbolo della orgogliosa resistenza sua (in carcere) e del suo popolo (ogni giorno), una frase che è slogan per un vero percorso di pace nella martoriata terra di Palestina: “L’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace”.
Invece Israele continua ad usare il dominio con ogni forma a sua disposizione a partire dall’utilizzo delle carcerazioni come strumento di tortura volto a indebolire e sfinire non solo i carcerati, ma anche chi, fuori dalle carceri, continua quotidianamente la sua lotta per la libertà.
Le condizioni dei detenuti palestinesi sono oggetto di denuncia da parte di organizzazioni per i diritti umani. Nel caso di Barghouti, si sono ripetute accuse di torture e trattamenti disumani e degradanti. La tortura e la costrizione vogliono intimidire e spezzare non solo l’individuo, ma anche il morale del popolo.
Barghouti non è l’unico leader popolare detenuto nelle carceri israeliane.
L’altra figura di spicco è il compagno Ahmad Sa’adat, Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), arrestato nel 2006, leader della sinistra palestinese nei territori occupati e nella diaspora. Anche la sua prigionia è parte di una strategia israeliana volta a decapitare la leadership politica palestinese nella sua interezza, per contrastare l’emergere di alternative forti, popolari e unificanti.
Israele ha costantemente contrastato qualsiasi ipotesi di rilascio di Barghouti, proprio a causa della sua enorme popolarità tra i palestinesi. Temono che la sua liberazione catalizzi un risveglio politico nazionale e offra alla causa palestinese l’unità e l’orientamento di cui ha disperatamente bisogno. La sua liberazione è fattore indispensabile per il processo di autodeterminazione del popolo palestinese; rappresenta un ponte tra le diverse fazioni politiche, Al-Fatah, Hamas, FPLP e gode di una credibilità popolare che manca alla leadership attuale.
Il suo rilascio non sarebbe un gesto di clemenza, ma un atto politico che legittimerebbe un processo democratico interno palestinese, con nuove elezioni, così da poter contare su un Interlocutore credibile e forte a livello internazionale per realizzare la vera pace attraverso una soluzione basata sul diritto internazionale.
È tempo che la comunità internazionale smetta di trattare la prigionia di Marwan Barghouti come un affare interno israeliano. La sua liberazione non è una richiesta umanitaria; è un atto politico cruciale che potrebbe sbloccare l’impasse storico. Ed il momento è ora, ora che, dopo il sacrificio umano causato dal genocidio perpetrato da Israele nei confronti della popolazione gazawi, la causa palestinese è tornata centrale nella politica internazionale, consolidando il movimento globale di solidarietà per la “Palestina Libera”.
È necessario avviare una campagna internazionale coordinata e potente che ne chieda la scarcerazione immediata, insieme a quella di tutti i prigionieri politici. La sua presenza sulla scena politica è precondizione per un autentico processo di autodeterminazione, che possa portare a una pace vera e duratura, fondata non sulla normalizzazione, sull’anestesia dell’occupazione, ma sulla giustizia. Solo con la fine del colonialismo di insediamento e la liberazione dei suoi leader più rappresentativi si potrà costruire una coesistenza basata sull’uguaglianza e sul diritto.
