Con l’estenuante discussione sul contributo delle banche e sull’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi, il governo Meloni e le forze politiche che lo sostengono cercano ma non riescono a nascondere i veri obiettivi della manovra di bilancio: il ritorno all’austerità, con tagli e definanziamenti allo stato sociale, e la sola crescita degli investimenti per il riarmo, ben 23 miliardi nei prossimi tre anni.
In definitiva si tratta di una manovra di classe padronale, ancorata ai nuovi vincoli di una Unione europea dominata politicamente dai partiti conservatori, e che non tiene in alcun conto la realtà italiana segnata da una crescita dello zero virgola, da una produzione industriale in calo costante e con una desertificazione produttiva che si allarga a macchia d’olio, e soprattutto dall’ulteriore aumento della precarietà e del lavoro povero. Una manovra che finisce per acuire, invece che combattere, le marcate diseguaglianze sociali che connotano la società italiana da più di un quarto di secolo.
Un “populismo dei padroni”, così come lo definisce efficacemente l’economista Emiliano Brancaccio, che non si cura della forte inflazione post covid e del conseguente crollo del potere di acquisto, fattori che evidentemente non colpiscono il blocco sociale che sostiene il governo Meloni. Blocco che, al di là delle parole, non si oppone ed anzi in buona parte appoggia il modello di sviluppo fondato su austerità, riarmo ed economia di guerra, ritenendo al solito che “non ci siano alternative”. Quando in realtà le alternative ci sarebbero, se invece di impegnarsi a chiedere un prestito di 15 miliardi all’Ue per il riarmo ci fosse la volontà politica di battersi per investimenti di genere opposto, a sostegno del lavoro e dello stato sociale.