Coniugare opposizione alla guerra e lotta al neoliberismo
[Pubblichiamo un estratto dell’ampia chiacchierata che Francesco Barbetta ha avuto con Dani Filc, professore presso il Dipartimento di Politica e Governo presso l’Università Ben Gurion nel Negev. Il testo completo del colloquio sarà pubblicato su “Punto critico.info – Informazione di classe”]
”Insieme – Lotta per la pace, l’uguaglianza e la giustizia” è un movimento di base formato da ebrei e palestinesi che si battono “per la pace, la giustizia e l’indipendenza per israeliani e palestinesi, ebrei e arabi, per una società in cui tutti possano godere di vera sicurezza, alloggi adeguati, istruzione di qualità, buona assistenza sanitaria, un clima vivibile, uno stipendio dignitoso e la possibilità di invecchiare con dignità”.
Dani Filc, studioso di sinistra israeliano attivo nel movimento, ci aiuta ad indagare il funzionamento del mercato del lavoro in Israele e a leggere da dentro le importanti mobilitazioni contro la guerra che ci sono state in questi anni in Israele. In queste piazze Filc osserva un “processo di radicalizzazione di settori importanti tra i manifestanti” che potrebbe costituire la base per “un’entità politica che coniughi l’opposizione all’occupazione e il sostegno a una pace giusta con l’opposizione al neoliberismo”. In questo contesto attribuisce un ruolo cruciale a Stare insieme, sottolineando come il movimento “può svolgere un ruolo importante da catalizzatore, così come ha avuto un ruolo importante nella radicalizzazione delle proteste contro la guerra”.
Sul fronte sindacale l’inerzia della Histadrut (il sindacato confederale affiliato alla CSI) di fronte alla guerra è spiegata sia dalle restrizioni legislative che “vietano gli scioperi considerati politici”, sia dalle scelte politiche interne, con molti segretari generali di categoria “politicamente vicini al Likud”. Filc ricorda che “quando in modo timido e tardivo Histadrut ha indetto uno sciopero generale di poche ore contro la continuazione della guerra il tribunale del lavoro ha vietato lo sciopero”, dimostrando le difficoltà di un’azione sindacale che vada oltre le rivendicazioni puramente economiche. Per quanto riguarda il posizionamento dei lavoratori, Filc precisa che “non è facile definire cosa sia la classe operaia in Israele” a causa della deindustrializzazione dell’industria leggera e dell’assenza di industria pesante, proponendo invece il concetto più ampio di classi popolari e fa notare che “settori considerevoli all’interno delle classi popolari sostengano” un accordo per il cessate il fuoco, considerando che “nei mesi precedenti alla firma del cessate il fuoco circa il 75% degli israeliani sosteneva un accordo che ponesse fine alla guerra e riportasse a casa gli ostaggi”. Sulla questione dei lavoratori migranti nel paese, molti dei quali provenienti dal subcontinente indiano e che hanno sostituito i lavoratori frontalieri palestinesi dopo il 7 ottobre, Filc delinea la necessità di una legislazione che combini “accordi bilaterali tra paesi per eliminare gli intermediari” e “norme che consentano il libero passaggio dei lavoratori migranti tra datori di lavoro”, oltre a “leggi che garantiscano i diritti sociali ai lavoratori migranti (ad esempio, la loro inclusione nella legge nazionale sull’assicurazione sanitaria, dalla quale oggi sono esclusi)”. Per superare la frammentazione sindacale, Filc indica come primo passo necessario “la democratizzazione di Histadrut” poiché “la mancanza di democrazia interna è stata un fattore significativo nell’emergere di organizzazioni come Koach LaOvdim [Potere ai lavoratori – Organizzazione Democratica dei Lavoratori]“.
Propone inoltre l’istituzione di un “tavolo di coordinamento tra le diverse organizzazioni di lavoratori che permetta di coordinare le strategie di lotta, senza che questo implichi rinunciare al pluralismo espresso nella coesistenza di diverse centrali sindacali”, insieme a una legislazione che “permetta l’estensione dei traguardi conseguiti da una delle centrali sindacali ai membri delle altre, diminuendo di fatto la competizione”. Per organizzare i lavoratori precari della gig economy sostiene la necessità di “combinare nuove forme di organizzazione (community unionism, sindacalismo trans-settoriale) con una legislazione che faciliti la sindacalizzazione”. In questo sforzo Histadrut “potrebbe avere un ruolo importantissimo”, sia utilizzando “la sua influenza sul sistema politico per modificare la legislazione (ad esempio per quanto riguarda il riconoscimento dei rapporti di dipendenza dei lavoratori delle piattaforme)”, sia investendo “nella sindacalizzazione di detti lavoratori sfruttando la sua forza istituzionale per attrarre tali lavoratori”. In questo contesto difficile recentemente è stata fatta approvare una riforma sulla sicurezza nel settore edile che Filc definisce “un chiaro successo per questa categoria di lavoratori”. Spiega che “dopo 37 anni, e dopo molte morti evitabili, il nuovo regolamento rende gli imprenditori e gli appaltatori direttamente responsabili della sicurezza (includendo la possibilità di imputazione penale per violazioni del regolamento), richiede che un piano di sicurezza e di valutazione dei rischi sia parte integrante della descrizione di un progetto di costruzione affinché questo possa essere approvato e stabilisce nuovi ruoli, come quello di ispettore alla sicurezza”. Conclude sostenendo che per contrastare l’offensiva neoliberale e le leggi anti-sindacali proposte periodicamente nel paese “al momento non c’è alcun partito politico che abbia come elemento centrale della propria visione i diritti dei lavoratori e l’opposizione al neoliberismo”. La tendenza è peggiorata a seguito dell’unificazione dei due partiti sionisti socialisti Meretz e Partito Laburista nei Democratici. Inoltre servirebbe fare pressione anche sul cambiamento di mentalità nella società in generale poiché le lotte dei lavoratori sono viste troppo spesso come settoriali e non a favore dell’interesse generale.
