Al momento stai visualizzando Referendum, solo la partecipazione può cambiare l’Italia – di Riccardo Chiari

Il 2025 sarà un anno di partecipazione popolare, grazie a ben sei referendum tesi a (ri)conquistare un lavoro dignitoso, decentemente pagato, sicuro e non precario; contro la secessione dei ricchi, e a sostegno del diritto alla cittadinanza anche a chi non è nato lungo la penisola. Per ottenere la possibilità di esprimersi nelle urne, milioni di italiane e italiani di ogni età e condizione sociale hanno firmato in massa nel corso della campagna referendaria dei mesi scorsi, con l’obiettivo di arrivare all’abrogazione totale della legge Calderoli sull’autonomia differenziata; per cancellare alcune leggi degli ultimi vent’anni che hanno peggiorato il lavoro facendolo diventare insopportabilmente precario e drammaticamente insicuro; e per dare un colpo di spugna all’attuale quadro normativo sulla cittadinanza, con l’obiettivo di ridurre a 5 gli anni di residenza legale in Italia per ottenerla, e consentire più agevolmente a chi nasce nella penisola da famiglie straniere di essere subito cittadino a tutti gli effetti del nostro paese.
Cosa riguardano i quattro referendum promossi dalla Cgil per cambiare le leggi sul lavoro? In primis il Jobs Act (decreto legislativo 23/2015), che escludendo nella quasi totalità dei casi la reintegrazione ha determinato, soprattutto nei casi di licenziamento per motivi economici, la precarizzazione di tutti i rapporti di lavoro attivati a partire dalla entrata in vigore del provvedimento, il 7 marzo 2015, nel corso del governo guidato da Matteo Renzi, all’epoca segretario del Pd.

Le norme del Jobs Act costituiscono una sistema improntato alla sola monetizzazione della illegittimità dei licenziamenti, e rispondono a una precisa opzione politica di indebolimento del lavoratore nel rapporto con il datore di lavoro. Dunque la richiesta dei referendari è quella di cancellare l’intero decreto legislativo, tornando all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che, con decisione di un giudice del lavoro, assicurava la reintegra nei casi di licenziamenti illegittimi.

Il secondo referendum ha come obiettivo la tutela dei dipendenti delle imprese con meno di sedici addetti, da sempre i più penalizzati nel quadro giuslavoristico italiano. Intende in sostanza eliminare il tetto massimo di sole sei mensilità di indennizzo in caso di licenziamento illegittimo. Anche sulla base di un recente orientamento generale della Consulta, l’abrogazione del tetto massimo all’indennizzo consentirebbe al giudice che considera illegittimo il licenziamento di riconoscere una tutela adeguata al lavoratore, in ragione di diversi parametri (età, carichi familiari, capacità economica dell’azienda), e senza limitazioni nella durata dell’indennizzo.

Il terzo referendum potrebbe essere definito, in una parola, ‘anti-precarietà’. Per cercare di ridurne l’attuale, endemica diffusione a causa delle leggi in vigore, il quesito ha l’obiettivo di limitare il ricorso al lavoro a termine, reintroducendo la necessaria presenza di una causale giustificativa temporanea, disciplinata e prevista dai contratti collettivi nazionali, per stipulare qualunque contratto a tempo determinato, confermando la durata massima di 24 mesi. Importantissimo anche il quarto referendum contro l’insicurezza sul lavoro, che di fatto vuole estendere in ogni caso la responsabilità civilistico-risarcitoria dell’imprenditore committente, appaltante lavori o servizi, per i danni derivanti dagli infortuni subiti dai dipendenti, sia dell’appaltatore che di ciascun subappaltatore. Insomma vuole prevenire i rischi legati all’esecuzione di opere e servizi attraverso il ,purtroppo consueto, ricorso ad appalti e subappalti.

Ai quattro referendum sul lavoro si aggiunge il referendum sull’autonomia differenziata, ben definita dalla Cgil “la secessione dei ricchi”. Per dare a tutte le cittadine e i cittadini gli stessi diritti, le stesse garanzie e le stesse opportunità, il referendum intende cancellare la legge Calderoli che divide il paese, danneggiando sia il nord che il sud, che smantella l’istruzione e la sanità pubblica, che compromette il welfare, che impoverisce il lavoro. A metà dicembre la Cassazione ha dato il via libera al quesito, che dovrà affrontare a gennaio 2025 il vaglio di ammissibilità di fronte alla Corte Costituzionale. Peraltro la Consulta ha già elencato alcuni punti incostituzionali, per lo più legati ai Lep (i livelli essenziali delle prestazioni per i diritti sociali e civili) nelle esclusive mani del governo.

Ultimo ma non certo per ultimo c’è il referendum sulla cittadinanza, già descritto in questo articolo e quanto mai necessario in un paese che da più di vent’anni subisce gli effetti nefasti della legge Bossi-Fini, vera e propria fabbrica dell’invisibilità. Dunque ci sono ottimi motivi per andare a votare e dare un segnale chiaro alla politica del governo Meloni (e anche a quella di alcuni governi passati). Perché solo la partecipazione può cambiare l’Italia di oggi.