Viviamo in un tempo buio che ci consegna la normalità della guerra, dello sfruttamento dell’uomo, dell’autoritarismo legittimato dall’indifferenza e dal qualunquismo, delle ingiustizie che si devono subire quotidianamente dentro e fuori dai luoghi di lavoro. La maggioranza delle persone sceglie di non partecipare, di non voler far sentire il proprio punto di vista su ciò che li riguarda e su dove va il mondo. Troppe persone sono rassegnate all’idea che ciò che non va, ciò che è ingiusto, non è trasformabile. L’ingiustizia diventa normalità, quotidianità.

Troppo facilmente rimaniamo schiacciati, nel discutere e nell’agire, sulla cronaca del presente. L’immediato, cosa di cui bisogna indubbiamente occuparsi, rischia di essere una gabbia dalla quale non esce una prospettiva, un orizzonte nel quale collocare una possibilità (una speranza) di futuro migliore rispetto al presente buio in cui viviamo.
Immaginare un futuro migliore e giusto non significa predeterminare un modello al quale conformare la realtà, un futuro migliore passa dalla messa in discussione del presente.

Per fare questo c’è bisogno delle persone, della necessità di dare risposta ai bisogni delle persone e di renderle libere da tutti i meccanismi di sfruttamento, di ricattabilità e di negazione dei loro diritti.

Su questo terreno l’esperienza collettiva della nostra aggregazione, delle compagne e dei compagni di Lavoro Società, diventa luogo politico-culturale per ricomporre un tessuto sociale attorno alla necessità di trasformare l’esistente.

In sintesi, offrire spazi di partecipazione e di protagonismo significa occuparsi del futuro in nome della libertà, della democrazia e del progresso sociale e civile.

Se assieme costruiamo un’idea di futuro giusto, assieme possiamo lottare per conquistarlo.