Al momento stai visualizzando Il part-time involontario: una gabbia per il futuro delle donne – di Beatrice Farace

Mentre siamo in contrattazione per il rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro del commercio, che scade nel primo trimestre del 2027, siamo ancora a discutere delle modalità di assunzione che le aziende adottano per stabilizzare una lavoratrice o un lavoratore. Sempre più aziende ricorrono ai contratti a tempo parziale come trampolino di partenza. Ma per tante donne questo trampolino rischia di trasformarsi in una gabbia, perché si trovano costrette ad accettare poche ore di lavoro per mancanza di opportunità a tempo pieno. Un tempo, il part-time veniva spesso richiesto dalle donne per potersi dedicare alla famiglia, alla crescita dei figli o alla cura di un genitore anziano. Ancora oggi, purtroppo, la nostra società tende ad attribuire soprattutto alle donne queste responsabilità, come se la gestione della famiglia e l’assistenza ai familiari fossero compiti principalmente femminili. Ma oggi tante donne accettano un lavoro a tempo parziale non per scelta o per conciliare meglio i tempi di vita e di lavoro, ma perché spesso è l’unica alternativa al lavoro nero o alla disoccupazione.
Il problema è che, sempre più spesso, si cade in un vero e proprio “effetto ergastolo lavorativo”: quello che una lavoratrice accetta come strumento di ingresso al lavoro diventa una condizione che si protrae per lunghi anni, se non addirittura per tutta la vita lavorativa.
Questo comporta un grosso danno all’autonomia economica delle donne, costringendole a fare i conti ogni mese con stipendi insufficienti e famiglie che vivono in una condizione di perenne affanno. E le conseguenze non si fermano alla busta paga: meno ore lavorate significano anche meno contributi versati e, quindi, pensioni più basse. A questo si aggiungono minori opportunità di carriera e di accesso ai corsi di formazione aziendali rispetto alle colleghe e ai colleghi a tempo pieno.
I dati Istat confermano la dimensione del problema a livello nazionale: nel 2025, il 70% delle persone occupate in part-time involontario era costituito da donne. Non è un dato specifico riferito al comparto del commercio, ma racconta chiaramente quanto questa forma di lavoro interessi soprattutto la componente femminile. Anche la grande distribuzione organizzata (gdo) è un settore in cui il lavoro a tempo parziale rappresenta una realtà molto diffusa. Per tante lavoratrici, un contratto a tempo indeterminato non significa necessariamente avere un lavoro che garantisca un reddito sufficiente per vivere con dignità.
Come delegata sindacale e come lavoratrice che ha vissuto e vive sulla propria pelle questa condizione, porto avanti da anni la battaglia contro questo forma di precarietà. Nel punto vendita in cui svolgo la mia attività lavorativa e sindacale, insieme alle mie colleghe delegate siamo riuscite, almeno in parte, ad ottenere un aumento dell’orario di lavoro da 20 a 24 e 30 ore settimanali. È un risultato importante, ma non basta. Perché, se per una lavoratrice che lavora a tempo pieno l’aumento dei prezzi riduce il margine di risparmio, per una lavoratrice che ha un contratto a tempo parziale l’aumento del costo della vita può significare non riuscire più a far fronte alle spese mensili. E quando una donna è costretta a ridurre ulteriormente le proprie spese, spesso finisce per rinunciare a qualcosa di essenziale per sé, per garantire il necessario ai figli o agli altri familiari di cui si prende cura. In questo modo, alle difficoltà economiche si somma il peso di responsabilità familiari che la società continua a scaricare soprattutto sulle donne.
Per questo, in vista del rinnovo del Ccnl Terziario Distribuzione e Servizi, ritengo necessario portare avanti una proposta concreta: innalzare a 24 ore settimanali la soglia minima ordinaria dei nuovi contratti a tempo parziale e introdurre regole precise per favorire il passaggio al tempo pieno di chi lo desidera. L’obiettivo è evitare che un contratto part-time, accettato per necessità, diventi una condizione permanente dalla quale è impossibile uscire. Naturalmente, queste regole dovrebbero essere definite nel contratto nazionale, con criteri chiari e garanzie applicabili nei luoghi di lavoro. Non credo che sia chiedere la luna, ma rivendicare una condizione più dignitosa per chi contribuisce ogni giorno alla crescita di un’azienda.
Il lavoro deve garantire autonomia, dignità e futuro. Il capitale umano è il vero motore di qualsiasi azienda.

(consegnato in redazione il 26 ottobre 2026)