Al momento stai visualizzando Aiutare i palestinesi è un crimine – di Riccardo Chiari
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“La solidarietà con la Palestina non si arresta, tutti e tutte libere!”. Lo striscione preparato dall’Unione democratica arabo palestinese per il presidio di protesta tenuto il 29 dicembre davanti al carcere genovese di Marassi, dove era detenuto il presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun, ha fotografato bene lo stato d’animo dei movimenti e della realtà associative che sostengono il martoriato popolo palestinese.
Hannoun è stato messo in carcere insieme ad altre otto persone con l’accusa di aver finanziato Hamas attraverso raccolte di fondi per la popolazione civile. Ma nessuno degli arrestati ha commesso reati in Italia. E, come rilevano gli avvocati difensori, “una buona parte dell’inchiesta si fonda su materiale proveniente e formato in Israele, interpretato in Israele. C’è un uso copioso di documentazione fornita dal governo israeliano, non possiamo neanche dire dall’autorità giudiziaria israeliana, perché non si tratta di quella ma di servizi alle dipendenze del ministero della difesa. Quindi è una collaborazione inedita, con un’entità assolutamente sconosciuta”. Di fatto, fanno capire i legali, siamo di fronte alla reiterazione del tentativo di criminalizzare il movimento di solidarietà con la Palestina.
Anche il Coordinamento dei giuristi e avvocati per la Palestina segnala che “il ricorso a fonti israeliane per dichiarare l’appartenenza ad Hamas di determinate organizzazioni umanitarie non può essere ritenuto decisivo per la scarsa attendibilità di tali fonti, in quanto provenienti da Stato uso alla manipolazione politica della giustizia oltre che sotto accusa per genocidio e altri gravi crimini internazionali”. Insomma i militari israeliani vengono normalmente in vacanza in Italia, anche se accusati di crimini, e intanto si arrestano i palestinesi che raccolgono fondi per Gaza.
Da notare che, in quegli stessi giorni le autorità israeliane hanno iniziato a bocciare le domande di registrazione delle ong internazionali che operano nei Territori palestinesi occupati, secondo le nuove linee guida – tutte politiche – create all’inizio del 2025. A farne le spese, ad esempio, realtà come Save the Children, che non ha ottenuto i permessi necessari, e gli stessi Medici senza Frontiere sono a rischio, insieme a decine e decine di altre organizzazioni non governative.
Chi racconta cosa vede in Palestina è fuori, tirano le somme i movimenti di sostegno al popolo palestinese. Ritenendo che non si possa considerare certo terrorismo inviare fondi per aiuti a chi nella Striscia di Gaza si trova a sopravvivere in condizioni indecenti, con gli aiuti umanitari bloccati alla frontiera dal governo israeliano e con le piogge invernali che stanno flagellando i campi profughi dove hanno trovato rifugio centinaia di migliaia di palestinesi. Quelli sopravvissuti a due anni di bombardamenti a tappeto che hanno distrutto quasi tutti gli insediamenti civili nella Striscia di Gaza, provocando (dato in continuo aggiornamento) 71.260 vittime.

Consegnato in redazione il 30 dicembre 2025