“I mattoni che chiudono l’ingresso dell’Askatasuna chiudono un altro pezzo di spazio democratico, per tutti”. Alessandra Algostino, professoressa di Diritto costituzionale all’Università di Torino, ben sintetizza il fine ultimo di uno sgombero, quello del centro sociale autogestito che ha rappresentato un importante spazio di aggregazione politica e culturale per il capoluogo piemontese, e non solo.
L’Askatasuna, parola basca che significa “libertà”, era nel mirino del governo Meloni da anni. Come lo sono tutti gli spazi autogestiti, visti come fumo negli occhi da una destra che non perde occasione di criminalizzare ogni dissenso e ogni protesta, a partire dalle mobilitazioni per la Palestina. Anche simboli, come il Leoncavallo sgomberato a Milano, di una socialità non omologata. Magari “scomoda”, certo, ma essenziale per la reale diffusione di una democrazia compiuta, dove possono trovare spazio idee e pratiche fieramente avverse allo stato di cose presenti. Specialmente oggi, in una fase contrassegnata da un neoliberismo che del riarmo e della normalizzazione della guerra ha fatto il suo nuovo mantra, aiutato in questo dall’occupazione quasi militare dei media tradizionali, e dalla trasformazione in tal senso anche di quelli di nuovo conio, peraltro assai apprezzati da un popolo che ha demandato loro la sua sovranità.
Quando un governo elenca di fatto i centri sociali autogestiti tracciando una “mappa dell’illegalità”, progettando in cuor suo di sgomberarli uno ad uno e reagendo sparando lacrimogeni alzo zero quando si manifesta in loro sostegno, la democrazia diventa niente più che un appuntamento elettorale, paradossalmente disertato soprattutto da chi avrebbe maggiore bisogno di un cambiamento positivo per la sua esistenza quotidiana.
consegnato in redazione il 30 dicembre 2025
