Al momento stai visualizzando 1975: l’anno che voleva cambiare le cose di Stefano Fabbri

Il paragone può indurre qualche scongiuro, ma è vero che ci sono anni che pensano come montagne ed altri come piume. Il 1975 è senza dubbio da annoverare tra i primi. Non solo e non tanto perché può fare un certo effetto pensare che da allora siano trascorsi 50 anni – 20 in più da quanti separarono quella data dalla Liberazione del 1945 – quanto per il fatto che per la sinistra, intesa nella sua accezione più ampia, il 1975 ha segnato il punto di cesura tra speranze e delusioni, tra segnali di successo e di declino. Andrea Mazzoni ha fotografato questo anno di passaggio attraverso una lettura ragionata nel libro “L’anno che voleva cambiare le cose” (uscito da “Per il lavoro e la democrazia” con la presentazione di Manuele Marigolli e la prefazione di Amos Cecchi), utilizzando le prime pagine del quotidiano l’Unità, del quale è stato anche collaboratore. Si potrebbe obiettare sulla scelta omogenea di un solo quotidiano quando nel periodo in cui ci si occupa c’era una irripetuta ricchezza editoriale anche nell’area della sinistra. Ma non c’è dubbio che il quotidiano fondato da Gramsci, sebbene non possa contenere per intero il paradigma di una pubblicistica prodotta da un’area politica più vasta, assume in questo caso un ruolo centrale in quanto organo del Pci. Cioè del partito attorno al quale questo sforzo di cambiamento, pur tra mille contraddizioni, trovò almeno un innegabile punto di riferimento. L’esito delle elezioni che si celebrarono il 15 ed il 16 giugno di quell’anno, con la conquista da parte del Pci e del Psi del governo di importanti capoluoghi e portarono a ben sei il numero delle Regioni “rosse”, ma soprattutto con una crescita del partito di via delle Botteghe Oscure del 5,6% (pari a circa il doppio della flessione registrata dalla Dc), sembrò aprire una fase nuova. Il principale partito di opposizione ed il principale partito di governo, entrambi sopra i 10 milioni di voti, risultarono separati da circa 500mila schede. Non un’inezia, ma almeno la premessa e la promessa di un sorpasso che l’anno successivo, il 1976 della Grande Delusione, alle elezioni politiche non ci fu. Il materiale raccolto nel libro e l’elaborazione di Mazzoni fa capire quale siano state le macrotendenze che portarono la sinistra a sognare. I ceti medi – che allora esistevano – si avvicinarono con meno cautela ai partiti progressisti (il Psi ebbe un incremento di un punto e mezzo percentuale); una parte consistente dell’elettorato cattolico – anch’esso pure esistente all’epoca – cambiò la destinazione del proprio consenso; perfino una parte importante della sinistra che fino ad allora era stata extraparlamentare (e che resterà tale non per scelta ma per debolezza elettorale) orientò il proprio voto per il Pci. Con una scelta affatto condivisa lo fece Lotta continua, a differenza delle forze che sostennero il progetto di Democrazia proletaria, sebbene con il dichiarato obiettivo di favorire un’accelerazione del conflitto sociale che avrebbe avuto come controparte una compagine di governo “di sinistra” con un confronto in cui le contraddizioni sarebbero presto esplose. Ma un ruolo fondamentale lo ebbe la stagione riformista che in quell’anno ed in quelli immediatamente precedenti collezionò risultati importanti sul fronte del lavoro, della sanità, della scuola e della maggiore età a 18 anni. Lo stesso risultato del referendum del 1974 sul divorzio – tema sul quale inizialmente il Pci si era accostato con la diffidenza di chi non voleva giocarsi in partenza il voto moderato – fu capitalizzato dal Partito comunista in occasione delle elezioni regionali e amministrative. È come se battaglie, anche se condotte talvolta in rapporto contraddittorio col Pci, avessero trovato nel suo simbolo il magari momentaneo punto di sintesi elettorale, senza escludere da questo processo l’eterogeneità dei fini. Quell’anno fu anche un anno di aspre lotte alla Fiat, con licenziamenti “politici”, e la crescita di una conflittualità che si stava trasferendo sul terreno sociale, con iniziative di autoriduzione e occupazione di case, aprendo una nuova focalizzazione rispetto alla centralità operaia i cui segni si ritrovano nel saggio di Toni Negri “Crisi dello Stato-piano” la cui prima edizione è del 1974. Volendo volgere lo sguardo un po’ più indietro si può azzardare che il portato politico di ciò che il Sessantotto aveva prodotto – non il suo spirito del tempo – fu ricondotto all’opportunità di rappresentazione istituzionale che quel 1975 tentò di portare a compimento. Le stragi nere dietro le quali cominciavano a trasparire responsabilità in seno alle istituzioni e un antifascismo diffuso furono non meno importanti nella spinta “unitaria” per il successo elettorale della sinistra. Più difficile vedervi con chiarezza il gioco delle dinamiche internazionali: le speranze accese dagli accordi di Helsinki di quell’anno e le pur altalenanti vicende portoghesi del 1974 non furono probabilmente sufficienti a contenere le incertezze derivare dallo choc della crisi petrolifera e alla conseguente austerity del 1973, stesso anno dal quale fece sentire il suo effetto disorientante del golpe in Cile su cui si baserà poi l’idea del compromesso storico. Il 1975, “anno di sintesi”, ebbe tuttavia vita breve, appena più lunga dalla fine del calendario. Il mancato sorpasso del 1976 chiuse un’era e non bastò l’esperimento eurocomunista per contenere la revanche democristiana e l’inizio di una stagione basata su parametri interamente nuovi: l’affacciarsi della esperienza autonomista del Psi, la crescita della “solidarietà nazionale” con un ruolo del Pci sempre più interno al progetto di avvicinamento all’area di governo interrotto dalla morte di Moro nel 1978. Non ci sono anniversari “tondi” in vista, ma il pre-testo di Mazzoni può essere una buona occasione per rileggere quel periodo più ampio in cui le dinamiche di classe e quelle più legate ai diritti in senso generale si incrociarono determinando lo scenario del decennio seguente.