“Nuova strage di civili palestinesi in coda per il cibo”. Da giorni, settimane, mesi, la notizia è sempre la stessa. Dipende dalla sensibilità dei direttori dei telegiornali, dei quotidiani, dei siti on line metterla in primo piano, o in seconda, terza pagina. La realtà, terrificante, appare immutabile. Quando i cronisti più coraggiosi – ne sono stati ammazzati più di duecento da due anni a questa parte – porgono il microfono alle donne, agli uomini, ai ragazzi in fila per un pugno di farina, le loro parole segnano un punto di non ritorno per il genere umano. “Abbiamo due scelte, morire di fame o morire sotto i colpi dell’esercito israeliano”.
Perfino Giorgia Meloni è uscita dal suo abituale riserbo, ma solo perché le bombe hanno colpito l’unica chiesa cristiana di Gaza, ferendo e uccidendo. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano, per una volta, non è stato diplomatico: “Legittimo dubitare che il raid israeliano sulla chiesa della Sacra Famiglia sia stato un errore”. Non si salva nessuno nella Striscia di Gaza, la conta dei morti si allunga di centinaia di nomi ogni giorno che passa, in un’allucinante spirale di devastazioni.
Sessanta anni dopo la Palestina è il nuovo Vietnam, eppure i leader politici europei, ciechi e sordi continuano a parlare di riarmo, quasi si trattasse di scelta obbligata, un evento ineluttabile al pari dei tifoni, degli uragani, delle piogge torrenziali. Accadono. La guerra stessa è vista come un male necessario, in un cortocircuito prolungato che segna una distanza siderale fra gli appelli alla pace dei governati e le scelte dei governanti. Lontanissimi sono i tempi in cui un governo come quello italiano, che pure era saldamente a guida democristiana, si adoperava in ogni modo, esplorando ogni via diplomatica per evitare che ci fossero inferni come quello di Gaza.
Le ultime notizie danno conto dell’ennesima offensiva di terra dell’esercito israeliano. Vogliono i palestinesi morti, deportati, espulsi da quel che resta della loro terra.
