Nell’ultimo fine settimana di marzo hanno sfilato in migliaia e migliaia, in tante città della penisola, gridando “Palestina libera” e chiedendo con forza lo stop della guerra nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, la fine dell’occupazione israeliana, il rispetto del diritto internazionale, e l’immediata apertura di un percorso politico per arrivare a una pace giusta per il martoriato popolo palestinese, letteralmente massacrato negli ultimi 18 mesi e da decine di anni vittima di quello che per molti osservatori internazionali è un autentico, lento ma inesorabile genocidio.
A chiamare la protesta civile di massa un documento comune delle cinque reti-coalizioni Europe for Peace, Coalizione AssisiPaceGiusta, Fondazione PerugiAssisi, Rete Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!, che hanno sottolineato: “Di fronte a quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, alla ripresa dei bombardamenti, alle minacce di trasferimento della popolazione palestinese dalla Striscia, al blocco degli aiuti umanitari, visto il silenzio delle istituzioni, abbiamo ritenuto importante lanciare un grido forte di denuncia”.
Se il Consiglio di Sicurezza dell’Onu insieme ai governi del mondo e all’’Unione europea non fermeranno il governo israeliano, annotano le realtà associative, Netanyahu ed i suoi ministri non si fermeranno. Perché l’inazione, o peggio ancora la complicità della comunità internazionale, rappresentano un via libera agli eccidi contro la popolazione palestinese e alla sottrazione della loro terra. “I nostri governi non possono continuare a voltarsi dall’altra parte”, è il grido d’allarme delle reti-coalizioni.
Ogni giorno, sotto gli occhi di tutte e tutti, la guerra uccide centinaia di innocenti. Gli ospedali sono stati quasi tutti distrutti, e gli aiuti umanitari sono stati bloccati da Israele, condannando la popolazione civile alla sete, alla fame e all’assenza di medicinali. Perfino le ambulanze della Mezzaluna Rossa, l’equivalente arabo della nostra Croce Rossa, vengono colpite dai missili e poi seppellite, insieme ai sanitari uccisi, in fosse comuni.
E’ una realtà indicibile, di fronte alla quale scendere in piazza è né più né meno che un dovere morale, come fra i tanti e le tante ha fatto l’imam fiorentino Izzedin Elzir, palestinese, pronto a ricordare: “Queste manifestazioni sono indette perché purtroppo in Palestina ci sono atti criminali contro l’umanità da parte del governo israeliano. Dobbiamo manifestare ogni giorno, fin quando non si fermeranno. E ogni manifestazione è sempre più grande, perché i cittadini stanno prendendo atto di quanto sta accadendo”.
Non per caso, il corteo fiorentino è stato organizzato da un gruppo eterogeneo di realtà che spaziava dall’Arci all’Anpi, passando per Cgil, Cospe, Amnesty International, Emergency, Oxfam e Legambiente. Insieme, con le bandiere palestinesi e quelle arcobaleno della pace. Per chiedere la fine dello sterminio di un popolo.
