Al momento stai visualizzando Ai!, sono un povero comunista – di Luigi Celentano

Ogni volta che si prova a parlare di intelligenza artificiale, redistribuzione della ricchezza o della necessità di mettere regole affinché tutto il potere non finisca nelle mani di pochi, prima o poi arriva sempre la stessa risposta: “Eh vabbè… sei un comunista”, magari pure “povero”. Eppure il punto non è essere nostalgici o ideologici, ma guardare quello che sta succedendo.

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il lavoro, è probabilmente lo cambierà molto più in profondità di quanto immaginiamo. I grandi modelli linguistici stanno entrando nelle professioni intellettuali, mentre l’incontro tra Ai e robotica promette di trasformare anche molti lavori manuali. Non è fantascienza ma il presente che accelera.

Ma allora nasce una domanda semplice: se le macchine produrranno sempre di più e il lavoro umano servirà sempre meno, che società stiamo costruendo? Perché il rischio è evidente: meno lavoro stabile, salari più bassi, meno potere contrattuale e una ricchezza sempre più concentrata.
Ed è qui che emerge una contraddizione enorme. Da anni ci raccontano che il futuro sarà dominato dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, contemporaneamente, si continua a ragionare come se il problema principale fosse che i lavoratori costano troppo e abbiano ancora troppi diritti.

Eppure il progresso tecnologico avrebbe dovuto fare un’altra cosa, ossia liberarci dalla fatica del lavoro, non liberare le aziende dai lavoratori.
La storia dell’innovazione è sempre stata questa: produrre di più con meno fatica per vivere meglio. Se oggi l’intelligenza artificiale permette di fare in pochi minuti ciò che prima richiedeva ore di lavoro, la domanda non è come eliminare il lavoro umano, ma come redistribuire il beneficio di quella maggiore produttività.

Ed è qui che entra in gioco la politica, perché se la ricchezza prodotta dalle macchine si concentrerà nelle mani di pochi, il risultato sarà una società più diseguale e più fragile.Se invece quella ricchezza verrà in parte redistribuita, attraverso nuove forme di tassazione, fondi pubblici e un rafforzamento dello Stato sociale, allora l’intelligenza artificiale potrà rappresentare una straordinaria occasione di emancipazione.

E allora il grande tema del nostro tempo è proprio questo: immaginare un futuro nel quale le persone non siano costrette a vivere esclusivamente del lavoro inteso come fatica mercificata, ma possano beneficiare di una parte della ricchezza prodotta dalle macchine, dedicando più tempo a ciò che ci rende propriamente umani. La creatività, le relazioni, lo studio, la cultura, la partecipazione e, soprattutto la cura degli altri. Può sembrare un’utopia, ma anche la giornata di otto ore, le ferie pagate, la pensione o la sanità pubblica, un tempo, sembravano impossibili.

Il futuro non è scritto dalla tecnologia, è scritto dalle regole, dai rapporti di forza e dalle scelte che decidiamo di compiere oggi.E forse il vero rischio non è essere troppo ideologici, ma convincerci che non esistano più alternative.

(consegnato in redazione il 21 luglio 2026)