Il superbowl, la finale della lega americana di football, è il terzo evento sportivo più seguito al mondo: destano più interesse di questa due sole competizioni, i mondiali di calcio e le olimpiadi estive. I dati mettono assieme diversi parametri, tra cui il principale è certamente il numero degli spettatori che li seguono dal vivo e alla tv. Di questo ideale podio dell’interesse globale sportivo però la partita tra le due più forti squadre di football americano degli Usa è il solo che si sviluppa in un unico confronto. Il dato è ancor più sorprendente se si pensa che il football americano non è sport globale, come lo sono il calcio o il basket: la patria dove nasce, ed in fondo muore, questo gioco violento e celebrale al tempo stesso sono gli Stati uniti. Non esiste una competizione mondiale tra nazionali che sia minimamente paragonabile all’interesse che desta la lega americana, non esiste campionato che possa competere per livello del gioco ed interesse mediatico e popolare, non c’è giocatore che non sia nato negli Usa che possa considerarsi al livello dei giocatori della Nfl. Insomma, un gioco a forte carattere nazionale che desta interesse globale: una forma di colonialismo culturale potremmo definirlo, anche perché questo fatto determina la conseguenza che la lega sia la prima per fatturato al mondo.
La lega è oggi la massima espressione sportiva del paese a stelle e strisce: in un paese ossessionato, ed anestetizzato, dallo sport questa cosa ne fa anche una gigantesca macchina propagandistica. Cosa ben presente nella mente fervida dei dirigenti che guidano la lega e che pensano bene di utilizzarla con grande cura ed attenzione: le campagne sociali e culturali che la lega mette annualmente in campo sono infatti una delle più evidenti dimostrazioni delle contraddizioni della cultura americana.
Ogni anno, una domenica del campionato viene dedicata alle forze armate, cemento unificante della identità nazionalista: abbigliamento delle squadre in campo e fuori (con conseguente immenso giro di affari), slogan televisivi e pubblicitari, caratterizzazioni degli stadi, sono tutti in grigio/verde e richiamano immagini militari. Anche donazioni e investimenti in questa domenica sono riservate alle associazioni combattentiste dei reduci in difficoltà. La carità cristiana riservata a chi ha donato l’esistenza alla patria ed oggi è dimenticato dallo stato che ha servito.
La stagione è spesso legata ad ulteriori campagne sociali: negli ultimi anni soprattutto la lotta al cancro. Così facendo si raccolgono milioni di dollari per la ricerca e la cura: in un paese dove l’assistenza sanitaria è un lusso per ricchi, è logico comprendere la valenza sociale dell’iniziativa. Valenza sociale che serve ad assecondare le idee del pubblico più ampio possibile: la composizione sociale degli appassionati è infatti variegata. Oggi lo sport con la palla ovale è il più seguito del paese e allo stadio e alla tv ci sono persone di colore, ispanici, italoamericani, i cittadini di pelle bianca che vivono nelle campagne del sud come nelle grandi città dell’ovest. Tutto il paese (diversamente dalle origini che vedevano una forte prevalenza degli stati del sud, rurali e tradizionalisti) si è appassionato. Così in questo variegato mondo è indispensabile riaffermare un principio che per la cultura statunitense non è scontato: gli Usa sono il paese che ha saputo accogliere ogni popolo dal mondo (a parte i nativi sterminati). Costretti dalla vergogna della schiavitù, come chi proveniva dall’Africa, come dalla speranza di una vita migliore, tutti coloro che arrivavano dall’Europa dal Seicento a inizio del nostro secolo o dall’America latina dal primo Novecento. Una varietà di popoli e culture che sono la ricchezza del paese, dimenticata e negata dal razzismo che permea la cultura whiteness.
Con l’avvento di Trump, sintomo della forte riaffermazione di tale cultura bianca e reazionaria, la lega sa che il rischio di allontanamento del pubblico afroamericano e ispanico è concreto: così in occasione dell’ultima partita di finale, giocata tra le squadre di Seattle e Boston e vinta nettamente dai primi, si è scelto di rafforzare la visione culturale creola e pluriculturale della società statunitense. Bud Bunny, il cantante che si è esibito nell’intervallo della partita, il famosissimo “halftime show”, importante quanto se non più della partita, è stato quindi la rappresentazione viva dell’esaltazione della cultura latina, della visione globale del sistema americano, oltre ogni razzismo, e del rifiuto delle politiche di chiusura ed antimmigrazione dell’amministrazione Trump. Bud Bunny è portoricano e non ha mai nascosto la sua antipatia per il presidente statunitense, pur nei limiti che lo show business impone. Cantando in spagnolo ha provocato la reazione del presidente e di tutte le forze politiche conservatrici: opposizione razziale e soprattutto rifiuto dell’identità ispanica e della sua lingua, la seconda parlata nel paese, quella delle maestranze operaie delle grandi aree urbane, e contraltare a quella inglese del potere e delle burocrazie economiche. La lega ha deciso di sfidare un pezzo della visione politica dell’amministrazione al potere. Come fece in passato quando con la campagna “black live matters” si mise al fianco del movimento creatosi dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia. La lega sostenne la campagna e la fece propria: peccato che il giocatore che incarnò quella rivolta in campo, con il gesto di inginocchiarsi con il pugno chiuso alzato durante il suono dell’inno americano perse il contratto e nessuna squadra lo ingaggiò più. Kolin Kaepernick, ottimo giocatore, pagò il suo impegno politico per la comunità nera, proprio mentre la lega ne sosteneva le idee: questa sono gli Stati uniti!
(consegnato in redazione il 25 febbraio 2026)
