Chiare sono le conseguenze prodotte a danno di lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati che derivano dall’economia della guerra e dalle politiche del governo Meloni. Riduzione della spesa sociale, arretramento delle politiche pubbliche nella coesione sociale, autoritarismo e riduzione degli spazi di democrazia, assenza di politiche industriali (se non nel settore militare) segnano il tratto più significativo dell’azione del governo. Il governo conferma la sua linea antisindacale contro lavoratrici e lavoratori. La visione che vuole affermare è che le imprese generano la ricchezza e il governo la redistribuisce. Scompaiono il fattore lavoro, la condizione di chi lavora e il sindacato. L’attacco è alla contrattazione, al sindacato confederale e alla sua rappresentatività.
L’introduzione per via legislativa del cosiddetto salario giusto, basato sul principio che il trattamento economico complessivo (Tec) contrattuale è deciso per via legislativa in un dibattito interno alle forze della maggioranza parlamentare, è un’ipocrita difesa della contrattazione funzionale all’affermazione di nuove forme di corporativismo e a ‘liberalizzare’ la rappresentanza del sindacato e delle associazioni datoriali. É un disegno pericoloso, che mina i principi di universalismo e uguaglianza, che ridefinisce la natura della contrattazione e che favorisce la contrattazione pirata facendo pagare il costo della competizione tra imprese in un mercato globale a chi lavora.Il prezzo più alto lo paga chi lavora nei settori più deboli dove la competizione tra imprese è fatta sul costo del lavoro o dove ci sono diffuse condizioni di ricattabilità. Donne, giovani e stranieri le persone più esposte.
La condizione materiale delle persone, a partire dagli stipendi, è una priorità, il lavoro dignitosamente retribuito, come prevede la Costituzione, il rinnovato perno per la coesione sociale e per la democrazia.
In questo quadro nasce la piattaforma unitaria sul modello contrattuale per i settori privati, basata sul riconoscimento certificato della rappresentanza per contrastare i contratti pirata, per aumentare i salari, per concordare criteri per evitare il dumping contrattuale, per fissare meccanismi di adeguamento annuale tra quanto contrattato e dinamica inflattiva e garantire la copertura delle vacanze contrattuali.
Usare l’inflazione depurata dall’aumento dei costi dell’energia importati (l’Ipca-nei) come criterio per aumentare i minimi salariali non è la leva migliore per incrementare gli stipendi di lavoratrici e lavoratori. Non è un pregiudizio. Nasce dalla presa d’atto di ciò che è già accaduto. Oggi mediamente i salari italiani sono tra gli ultimi d’Europa con una scarsa capacità di sostenere negli anni il passo con l’inflazione reale.
Forme di adeguamento annuale degli stipendi e copertura delle vacanze contrattuali non sono obiettivi di poco conto.
E’ importante che ci sia una piattaforma unitaria.
Giudicheremo il negoziato al suo esito. Non anteponiamo l’importanza di una piattaforma unitaria ai risultati concreti che la trattativa produrrà affinché ci siano esigibili strumenti per aumentare gli stipendi e contrattare condizioni migliori per chi lavora.
Le associazioni d’impresa hanno dato disponibilità alla discussione, ma solo su come si determina la loro rappresentatività e su come questo fattore si traduca nel riconoscimento dei contratti da loro firmati per poter applicare il Decreto Lavoro.
Non possiamo portare alla consultazione di lavoratrici e lavoratori una intesa sulla rappresentanza, senza impegni esigibili sulla contrattazione del salario e del suo adeguamento nel tempo, compresa la copertura della vacanza contrattuale.
(consegnato in redazione il 25 luglio 2026)
