Pubblichiamo in questo primo supplemento di “reds” per l’anno 2026, la relazione di introduttiva di Federico Antonelli, coordinatore nazionale di “Lavoro Società per una Cgil unita e plurale”, aggregazione programmatica della Cgil confederale presente in ogni categoria nella quale operino compagne e compagno che nell’aggregazione si riconoscano.
Federico Antonelli è funzionario della Filcams-Cgil nazionale dal 2019. Nato nel 1965 a San Donato Milanese, diplomato come perito agrario, celibe e padre di due figli. Da ragazzo ha partecipato alle attività del collettivo del suo istituto. È entrato nel mondo del lavoro avendo già maturato un orientamento comunista anche in forma militante. In Coop Lombardia entra nel 1987 e diviene rapidamente caporeparto nel reparto generi vari. Non adattandosi bene alle “qualità” di caporeparto passa a magazziniere, mantenendo il III livello di inquadramento. Per Antonelli, l’aspetto relazionale nei rapporti di lavoro, sindacali e politici è un elemento importante. Nel 1990 matura la scelta di iscriversi alla Cgil e lega subito con i compagni di Alternativa sindacale. Fu il compagno Luca Lugli, delegato Filcams, che lo “beccò” e lo spinse a fare attività. Nel 1995 viene eletto per la prima volta delegato per la Filcams-Cgil nel negozio di Via Zaia a Milano. Nel 2001 la compagna Dora Maffezzoli lo convince a passare in Filcams a tempo pieno. Nella sua esperienza milanese considera Bruno Rastelli un mentore e Antonio Lareno il punto di riferimento nelle battaglie confederali.
Nel 2019 accetta la proposta di lavorare nell’apparato sindacale nazionale della Filcams-Cgil affiancando il compagno Andrea Montagni. Nel 2022, nell’Assemblea generale di Perugia, viene scelto dalle compagne e dai compagni della delegazione di Lavoro Società nell’Assemblea generale della Filcams-Cgil come nuovo coordinatore nazionale [NdD].
Care compagne e cari compagni,
il 1° ottobre 1906 a Milano, 500 delegati in rappresentanza di 700 leghe e 250.000 iscritti fondarono la Confederazione Generale del Lavoro. Se andate a Milano, vi invito a visitare l’Osteria del Treno, a pochi passi dalla Stazione Centrale: la sala che ospitò quel congresso è rimasta identica a un tempo, con la bellissima balaustra liberty da cui si affacciavano i pionieri della nostra organizzazione.
La Confederazione nacque come sindacato generale e di classe per superare la logica corporativa dei sindacati di mestiere, radicando l’azione politica e sindacale in una dimensione confederale. Quella scelta strategica distinse l’Italia dai sindacati di paesi industriali come la Germania o l’Inghilterra. Nel nascente sindacato italiano era maturata una chiara visione di classe che mirava alla trasformazione complessiva della società; visione consapevole che i problemi dei lavoratori non si risolvono nella singola rivendicazione, ma nella solidarietà collettiva, e nella condivisione generale dell’obiettivo di miglioramento delle condizioni materiali e umane. Non fu un percorso organico e lineare ma la conseguenza dell’unione delle diverse anime ed idee sindacali in campo allora.
Questa idea ci sostiene ancora oggi. I cambiamenti imposti dal tempo non trasfigurano la nostra identità politica, anzi la rafforzano. Oggi il concetto di sfruttamento ha modificato la forma, ma non la sostanza.
I quattro lavoratori agricoli assassinati ad Amendolara, in Calabria, ce lo ricordano tragicamente: Ullah Ismat Qiemi di 19 anni, Safi Iayjad di 27 anni, Amin Fazal Khogjani di 28 anni e Waseem Khan di 29 anni. Vittime di caporali immigrati a loro volta, braccio violento di un sistema di cui lo sfruttamento non ne è una deviazione malata, ma l’essenza stessa.
È una catena che dai campi arriva direttamente nei supermercati, dove i frutti di quel lavoro sono venduti a prezzi bassissimi per essere acquistati da impiegati e operai delle grandi città. Soggetti formalmente un gradino sopra nella stratificazione sociale, ma schiacciati dallo stesso identico modello, che riduce il salario alla mera sussistenza, insufficiente a coprire i costi per la casa, alimentazione, salute e istruzione.
Questa struttura ripropone esattamente le questioni che portarono alla nascita della Cgil: la pace, lo sfruttamento del territorio, la salute e la sicurezza, l’istruzione, il salario e i diritti della persona. L’agenda storica non è cambiata. Da 120 anni le Camere del Lavoro, le categorie e i nostri organismi resistono grazie alle funzionarie, ai funzionari, alle segreterie e soprattutto ai delegati aziendali e alle iscritte e agli iscritti. La natura confederale resta la base per il progresso della società, mentre la declinazione di categoria è il luogo in cui articolare le risposte specifiche. Alla vigilia del congresso, ricordare la nostra storia è fondamentale per non perdere le radici e continuare a crescere su una solida visione di classe.
Questa assemblea
Ai nostri lavori partecipano compagne e compagni provenienti da Lombardia, Veneto, Toscana, Campania, Puglia, Umbria e Lazio: una rappresentanza straordinaria che ci riempie di orgoglio e responsabilità.
L’attività che Lavoro Società esprime in ogni occasione è il frutto di un gioco di squadra; senza l’impegno collettivo non realizzeremmo nulla. La nostra attività in categoria si organizza in due azioni distinte: la pubblicazione mensile di “Reds” e la nostra Assemblea nazionale in forma seminariale che con cadenza biennale organizziamo da più di dieci anni. Questi due giorni di assemblea seminariale nascono da una brillante intuizione di Andrea: stare insieme, discutere di politica, ascoltarsi e condividere la socialità crea comunità, ci fa maturare e ci aiuta a elaborare una linea comune: le nostre idee crescono e diventano fertili proprio nel confronto e nella vicinanza umana.
Voglio ringraziare quindi tutti voi per primi, per la vostra presenza affatto scontata a questa assemblea. Ringrazio poi la Filcams-Cgil, a cominciare dal segretario organizzativo Gianfranco Fattorini il mio interlocutore naturale per l’organizzazione di questo evento. Ringrazio Giacinto Botti, Federica Cochi (presidente di Apiqa che ci è stata compagna in categoria), Massimo Cuomo, Claudia Nigro e Andrea Montagni, che offriranno il loro contributo strutturato ai nostri lavori. Ringrazio Riccardo Annarella, compagno de “Le Radici del sindacato” che purtroppo non può essere presente ai nostri lavori per un grave accadimento personale. Gli sono vicino, gli siamo vicini: lui mi ha pregato di salutare tutti e far sapere che essere presente era motivo di soddisfazione e vicinanza tra noi.
Infine, ringrazio il nostro coordinatore nazionale Enzo Greco. Riprendo una frase che ha scritto recentemente nella chat del nostro coordinamento nazionale confederale: “Dobbiamo avere grandi ambizioni collettive”. Parafrasando Gramsci, Enzo ha tracciato il confine tra grandi e piccole ambizioni: le prime sono il motore della crescita sociale; le seconde alimentano solo arrivismo e tornaconto individuale. Mi ritrovo appieno in questo concetto: dobbiamo nutrire grandi ambizioni collettive.
L’agenda politica: immigrazione e sfruttamento
A due anni dalla nostra Assemblea del 2024 lo schema delle questioni politiche da affrontare resta sempre il medesimo: la pace, il contesto sociale, il rapporto tra i generi, i diritti civili, la salute e la sicurezza sul lavoro (contro la piaga di morti e incidenti), e il contrasto a questa destra di governo reazionaria. A questi temi ne aggiungo due: l’immigrazione e la sostenibilità ambientale.
La gestione dei flussi migratori è un indicatore fondamentale della salute democratica del Paese, che viaggia di pari passo con lo stato dell’informazione. Sembra quasi che i problemi migratori siano stati improvvisamente risolti e che la pressione sia svanita, ma l’immigrazione è un processo continuo che non si interrompe. Emigrare è un diritto umano e una conseguenza del sistema capitalista; è il diritto di cercare un futuro lontano da guerre e oppressione. Nel ricco Occidente la retorica considera colonizzare ed esportare conflitti un diritto, mentre viene considerato un reato sfuggire a questo stato di cose.
Siamo di fronte a un’asimmetria di giudizio inaudita, utile solo alla propaganda e a nascondere i meccanismi economici che determinano questi flussi. E mentre una nuova retorica inquina le coscienze – quella della “remigrazione” –, i migranti continuano a morire vittime dello sfruttamento economico che prospera su di loro.
Sostenibilità, alleanze e azioni di contrasto
Siamo di fronte a un governo reazionario che fa muro anche sulla sostenibilità ambientale negando l’evidente sfruttamento delle risorse naturali, umane e sociali e le sue conseguenze, drammatiche, sull’ambiente.
La tragica chiarezza della crisi capitalista, di cui lo sfruttamento ambientale è una delle facce troppo spesso taciute, dimostra che oggi non basta una pur approfondita analisi: è indispensabile costruire un’ampia alleanza politica capace di dare forza a una visione fondata su pacifismo, diritti umani, egualitarismo economico, salvaguardia dell’ambiente e tutela di ogni espressione sociale, di genere, orientamento sessuale e provenienza. Un’alleanza che offra prospettive politiche rinnovate alle nuove generazioni, affinché si sentano e siano protagoniste del proprio domani.
Una alleanza che sia capace di costruire azione: perché oggi non manca la capacità di analisi, ma l’azione concreta. Abbiamo bisogno di una politica che ricostruisca partecipazione e protagonismo, recuperando il linguaggio anticapitalista del socialismo e del marxismo: no allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per determinare questa rinascita dobbiamo riattivare nuovamente la capacità dei popoli di ribellarsi. Perché se la tendenza allo sfruttamento è connaturata al capitalismo, l’unica forza in grado di fermarla è la mobilitazione internazionale dei popoli per la pace, la coesistenza e l’uguaglianza.
Dentro questa visione globale, noi dobbiamo saper agire localmente. Attraverso nuove lotte particolari, e una rivitalizzata coscienza di classe, potremo ricostruire il terreno di una nuova unità dei lavoratori italiani ed europei, per l’Europa sociale e solidale che vogliamo. E potremo batterci per un’Italia che, invece di essere stravolta da riforme regressive e repressive, operi per realizzare pienamente la nostra Costituzione repubblicana.
La politica internazionale
Orientarsi in un quadro globale sempre più caotico – segnato dalla guerra mondiale “a pezzi” denunciata da Papa Francesco – è complesso. Dobbiamo leggere gli accadimenti internazionali attraverso la chiave della lotta di classe, per sostenere l’impegno internazionalista e ricostruire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori su scala globale. La causa principale del disordine mondiale resta il dominio del capitale finanziario: oligopoli, saccheggio delle risorse, espansione coloniale e guerre tra potenze imperialiste.
La lunga crisi aperta dal 1989 con il crollo del blocco socialista, con la conseguente ritirata dell’alternativa al capitalismo, è stata pagata interamente dai popoli. I diritti conquistati in un secolo e mezzo sono stati messi in discussione e il movimento operaio ha perso progressivamente centralità politica. Gli Stati Uniti si sono illusi di imporre un nuovo ordine unilaterale, e l’Europa si è accodata spostando i confini della Nato a Oriente, creando le premesse per lo scontro con la Russia. In Asia occidentale il conflitto è sfociato nel terrorismo e nello sterminio del popolo palestinese da parte di Israele, mentre l’Africa centrale e subsahariana vivono una guerra endemica.
Con Trump gli Stati Uniti sono passati alla minaccia aperta nelle Americhe e alla fiammata contro l’Iran, mentre si punta a piegare per inedia Cuba, sotto assedio da sessant’anni. Il capitalismo antepone il profitto alla vita, accelerando la catastrofe ecologica e persino la gestione planetaria del Covid ha dimostrato come il mercato valga più della salute collettiva.
La storia sembra ripetersi: il ventre che ha generato il fascismo è tornato a partorire movimenti reazionari, sostenuti da una piccola borghesia spaventata dal futuro. Il fascismo si ripresenta identico alle origini: privo di una vera ideologia, basato su identitarismo, culto della violenza e paura della diversità.
Fermare il fascismo è una priorità assoluta che esige una mobilitazione ancora più forte dello straordinario movimento a sostegno del popolo palestinese. La tendenza alla guerra non sparirà finché non ci libereremo di imperialismo e capitalismo, ma ogni mobilitazione – come la Freedom Flotilla per esempio – è una pressione indispensabile sui governi. Dobbiamo osare di più. Non ci può essere pace senza disarmo, coesistenza e, soprattutto, giustizia. Non ci sarà pace in Palestina senza l’autodeterminazione del suo popolo, né in Ucraina senza il riconoscimento dei diritti della popolazione russofona e delle necessità di sicurezza della Russia.
La situazione in Italia
L’analisi sul carattere reazionario del governo trova oggi piena conferma, pur all’interno di un quadro modificato dall’esito del referendum costituzionale e dalla scadenza della legislatura.
In questi anni l’esecutivo si è concentrato quasi esclusivamente sulle riforme istituzionali: la giustizia, il presidenzialismo, l’autonomia differenziata e la stretta securitaria dei decreti sicurezza, scritti per ingabbiare il conflitto sociale. Siamo di fronte a una visione repressiva e aristocratica della società. Anche sul piano internazionale il governo si è mosso sulla stessa linea, innalzando la spesa militare, votando contro ogni provvedimento ostile a Israele e consolidando l’alleanza con Trump. È un’azione che ha ignorato le reali necessità del Paese, a partire dal lavoro, per concentrarsi sulla riforma dello Stato e, in questi ultimi giorni, della legge elettorale.
Questa offensiva ha subìto però una reazione visibile. La sconfitta referendaria del governo, arrivata al termine di una campagna polarizzata che ha smontato la narrazione della destra, e le imponenti manifestazioni a favore del popolo palestinese sono i sintomi della crisi di questo esecutivo. Gli scioperi generali indetti dalla Cgil e dai sindacati di base sono stati il momento più alto di un vasto movimento contro la politica genocida di Israele, animato da giovani che hanno saputo dare uno scossone profondo alla politica italiana.
In entrambi i processi i giovani sono stati i protagonisti più visibili. Per ripartire davvero, il sindacato deve saper raccogliere e analizzare queste energie confluite su elementi valoriali fortissimi: la pace, il rifiuto del genocidio e il contrasto a un progetto reazionario che voleva piegare la giustizia al potere politico.
Le contraddizioni del lavoro e la sfida di classe
Il movimento per la pace è fatto dalle stesse persone che hanno manifestato per i diritti civili nel novembre del 2024, e che nei giorni scorsi ha animato i diversi Pride organizzati nelle nostre città. Questo dimostra che il progresso non può essere bloccato dalla repressione, ma evidenzia anche come esso abbia bisogno di grandi questioni generali per attivarsi.
Se proviamo a collegare questi fenomeni positivi con i limiti dell’azione della sinistra e del sindacato, dobbiamo partire riflettendo sul risultato dei referendum sul lavoro promossi dalla Cgil la scorsa primavera. Il mancato raggiungimento del quorum ci impone un’analisi profonda: in questi anni siamo stati capaci di mobilitare tantissime persone su pace, diritti civili e giustizia, ma non siamo riusciti a smuovere le stesse energie intorno ai temi economici e del lavoro.
Il modello di sviluppo capitalista non ragiona per compartimenti stagni: lavoro, diritti civili, pace, sfruttamento delle risorse e della terra si tengono tutti insieme. Non esiste un progetto di società che distingua un tema dall’altro. Eppure, nell’opposizione a questo sistema iniquo, mancano ancora tasselli fondamentali e questa visione organica fatica ad emergere.
La vera sfida oggi è ridefinire l’idea di classe e svelare le contraddizioni del capitalismo, costruendo un vasto movimento che parta dal contrasto a ogni forma di sfruttamento economico. Questo movimento deve porsi obiettivi chiari:
- Indebolire lo strapotere delle multinazionali e dei governi che le appoggiano.
- Modificare le politiche sociali per ripristinare un welfare pubblico, universale e gratuito, finanziato da una fiscalità progressiva.
- Contrastare la reazione conservatrice contro i diritti civili.
- Opporsi con ogni mezzo alle politiche di guerra e al saccheggio del pianeta.
Dobbiamo rimettere al centro il lavoro come strumento di emancipazione, ritrovando la visione di una società egualitaria in cui i diritti delle persone prevalgano sugli interessi economici. Il mio nemico non è il migrante, né chi rivendica un salario migliore. Il mio riferimento sociale non è chi prospera sfruttando. O saremo capaci di produrre nuovamente questa consapevolezza o il nostro sarà un percorso accidentato.
La Cgil: coraggio, scelte tattiche e rappresentanza
In questo quadro la CGIL ha cercato di muoversi con audacia. Lo sciopero dello scorso ottobre a favore della Sumud Flottilla, indetto insieme ai sindacati di base, è stato una scelta inedita che ha richiesto il coraggio di sfidare l’impopolarità interna e le strumentalizzazioni esterne. Quella scelta ha pagato. Pochi giorni prima, il 22 settembre, avevamo scioperato in modo separato, lacerando il movimento per la Palestina: un errore compreso e superato con l’iniziativa unitaria di ottobre.
In quell’occasione la Cgil ha anche difeso il diritto di sciopero contro le minacce di precettazione. Nonostante i malumori interni, (ripensiamo ad una parte del dibattito nella nostra categoria) quella mobilitazione ha registrato un’adesione e una partecipazione di piazza superiori ai molteplici scioperi generali economici degli ultimi anni, mettendo in seria difficoltà l’esecutivo e dando visibilità al protagonismo dei giovani. Intorno alla pace, valore supremo, si costruisce il futuro della società e la Cgil ha fatto bene a giocarvi un ruolo di primo piano.
La Confederazione ha però compiuto anche altri passi su cui sarebbe stata necessaria un’analisi diversa, come i referendum sul lavoro. Tra di noi il momento della decisione di avviare la campagna referendaria fu sofferto e aprì un dibattito acceso e fertile. Anche se oggi penso che tatticamente facemmo bene a decidere di appoggiare quella campagna, in quei giorni la mia posizione era differente, le critiche di allora dovrebbero essere riproposte. Lo strumento referendario va usato con cautela: ci ha esposto a una sconfitta che non ha rafforzato la nostra penetrazione politica. Se dal referendum avessimo tratto la spinta per una vasta piattaforma comune, l’operazione sarebbe stata vincente anche a fronte del mancato raggiungimento del quorum. Ma non è andata così. L’analisi del risultato è stata frettolosa: è sembrato si volesse passare oltre con un rilancio organizzativo, anziché consolidare il risultato politico reimponendo i temi dei quesiti ai partiti della sinistra e a Cisl e Uil. Come ho affermato anche precedentemente quella dei referendum è la dimostrazione vivida dei limiti della nostra azione politica.
I temi aperti e il percorso congressuale
La lista delle questioni sindacali cruciali resta drammaticamente aperta:
- L’emergenza salariale, la precarietà diffusa e la crisi della contrattazione.
- Le politiche economiche, produttive e degli appalti, che precarizzano il lavoro anche nel settore pubblico.
- La mancanza di una legge sulla rappresentanza.
- L’assenza di una politica industriale nel paese.
Oggi rispondiamo a questi problemi anche con le proposte di legge di iniziativa popolare su appalti e sanità pubblica, ma l’aggiornamento degli accordi interconfederali sulla rappresentanza resta il nodo vitale per rinnovare la nostra capacità contrattuale risolvendone i limiti e le debolezze. In cima alle priorità dobbiamo rilanciare il dibattito sull’emergenza salariale con strumenti rinnovati. Una discussione complicata dal decreto del 1° maggio: dinamiche tecniche come il “Tec” e il “Tem” non possono subordinare l’urgenza di dare risposte al tema salariale. Dobbiamo essere capaci di definire parametri economici chiari e funzionali a risolvere questa emergenza; fatto questo potremo dedicarci a rafforzare la rappresentanza, a partire dalle elezioni delle Rsu, strumento di democrazia utile anche a contrastare efficacemente la diffusione dei contratti pirata.
Il documento approvato all’Assemblea Generale Nazionale della Cgil ha messo in ordine questi temi. Valuteremo l’esito della trattativa tra le parti sociali per esprimere un giudizio finale compiuto.
Nel frattempo, la Cgil si avvicina al congresso con le classiche fibrillazioni che accompagnano questa scadenza. Un banco di prova determinante per comprendere il futuro sviluppo congressuale è il lavoro della commissione sul programma fondamentale. È una discussione di enorme rilevanza su cui però scontiamo un pesante deficit di consapevolezza. Un confronto di questo livello richiederebbe percorsi di aggiornamento costanti e la condivisione capillare dei documenti. Invece, assistiamo a un dibattito ristretto a pochi addetti ai lavori, dove spesso manca una reale chiarezza sul percorso e sull’obiettivo finale.
Il programma fondamentale e la democrazia interna
Discutere del programma fondamentale dovrebbe servire anche a riallineare la Cgil alla sua forma originaria, ridefinendo la coerenza tra democrazia formale e democrazia sostanziale. Discutere del programma fondamentale significa riscrivere un patto associativo rinnovato su principi cardine: la natura generale e di classe del sindacato, la trasformazione sociale dello Stato, il mutamento dei rapporti economici, la pace e la sostenibilità ambientale.
Questo dibattito deve ridefinire la natura stessa del nostro stare insieme. Nella nostra Cgil i rapporti politici interni si sono trasformati in modo evidente e profondamente sbagliato:
- I segretari generali hanno assunto un ruolo di comando che esula dalla storica capacità di definire una sintesi politica.
- Le segreterie non sono più il risultato di quella sintesi.
- I luoghi dell’elaborazione e della decisione (come le Assemblee Generali) subiscono passivamente questo stato di cose.
Le Assemblee Generali sono ormai ridotte a organismi chiamati quasi solo a ratificare decisioni prese nelle riunioni dei segretari generali. Gli eventi estemporanei stanno superando per importanza e frequenza i luoghi della reale partecipazione, svuotando del suo ruolo il corpo diffuso dell’organizzazione. Dobbiamo rimettere al centro questi nodi: la democrazia formale, la democrazia sostanziale, le forme e i luoghi del nostro dibattito.
Il “caso” Flai e il pluralismo programmatico organizzato
Dentro questa deriva si colloca quanto accaduto al compagno Andrea Gambillara nella Flai. La sua estromissione dalla segreteria nazionale – avvenuta solo per aver comunicato in modo trasparente la volontà di riorganizzare in categoria la presenza di Lavoro Società nella categoria – rappresenta un fatto di una gravità eccezionale.
Purtroppo, non si tratta di un episodio isolato (pensiamo al provvedimento che sta subendo Giacinto Botti, “reo” di averne difeso le ragioni): l’esercizio del senso critico viene tollerato se resta individuale, ma viene considerato un pericolo non appena si organizza collettivamente.
Parlando del programma fondamentale, non dobbiamo dimenticare che la natura democratica della CGIL trovava la propria sintesi proprio nelle aree programmatiche. Oggi, invece, si vorrebbe superare questa articolazione, nei fatti prima ancora che nella forma. Il rischio reale è cadere in una deriva verticistica e corporativa, in cui la dialettica interna sarà totalmente azzerata a favore del solo potere delle strutture.
Il modello confederale contro la deriva corporativa
Questo stravolgerebbe la natura confederale della nostra organizzazione. Il problema profondo con cui confrontarci parte dalla difesa di quel modello confederale che richiamavo all’inizio: schema su cui conformare ancora oggi la nostra azione.
Le forme democratiche e il modello organizzativo non sono elementi neutri: determinano l’azione sindacale. La “democrazia delle strutture” conduce alla frammentazione e alla deriva corporativa. Questa impostazione limita anche l’elaborazione delle politiche dei quadri e la costruzione dei gruppi dirigenti: i vincoli relazionali risultano più determinanti della qualità o della sintesi politica, e la fedeltà diventa l’unico requisito richiesto.
Infine, fatemi aggiungere che il maschilismo permea ancora troppe scelte. In molti luoghi dell’organizzazione le regole statutarie sugli equilibri di genere vengono vissute come un vincolo negativo, impedendo, di fatto alle donne di emergere riducendo il valore dell’identità ed uguaglianza di genere che dovremmo condividere profondamente.
La Filcams-Cgil, la contrattazione
In questi anni la Filcams si è contraddistinta per una rinnovata capacità contrattuale, riuscendo a sottoscrivere quasi tutti i contratti nazionali dopo anni di attesa. L’azione è stata sostenuta da una mobilitazione generale e da un ampio consenso, nato dalla consapevolezza delle difficoltà negoziali, dalle lotte condotte e dalla percezione di un cambio di passo della categoria.
Non tutti i contratti hanno avuto lo stesso successo, e alcuni hanno registrato forti difficoltà, come il Ccnl della vigilanza privata. Alla stagione dei rinnovi è succeduta la vertenza “Umanità del lavoro”, slogan che caratterizza la categoria. Come si legge nei nostri documenti: “La Filcams-Cgil pone quale valore centrale della propria azione sindacale l’umanità del lavoro, con l’obiettivo di liberare dallo sfruttamento, dalla precarietà, dall’invisibilità e dal lavoro a bassa qualità e basso reddito, i milioni di lavoratrici e lavoratori del Terziario, del Turismo e dei Servizi”.
L’obiettivo è ricomporre questi settori all’interno di un’unica iniziativa generale di categoria. Già durante la stagione dei rinnovi la Filcams-Cgil scelse di unificare le diverse trattative in una sola vertenza, indicando il diritto al contratto come elemento fondamentale di tutela dei salari, dei diritti e della qualità del lavoro. Una scelta che sostenemmo allora e che riteniamo corretta ancora oggi.
Il nodo dei salari, del loro incremento e del welfare
I contratti siglati hanno visto una sostanziale tenuta degli impianti normativi e qualche leggero avanzamento, come l’introduzione trasversale di protocolli di tutela di genere; il tutto senza fare scambi regressivi. Restano aperte criticità sulle qualifiche e sulla classificazione del personale – a partire dall’informatica nel terziario o la logistica in particolare quella leggera della distribuzione del farmaco –, ma nel complesso la struttura normativa ha tenuto.
Un’analisi più approfondita meritano i risultati economici. Pur raggiungendo incrementi dignitosi, raramente siamo stati capaci di difendere il potere d’acquisto reale dei salari. Gli aumenti medi si sono attestati tra il 12% e il 14%, a fronte di un’inflazione reale che ha superato il 18%. Questo scarto dipende anche dal fatto che il parametro di riferimento resta l’Ipca depurata dai costi energetici importati, che invece hanno rappresentato la voce di spesa più pesante per le famiglie. Se associamo questa difficoltà alla consapevolezza dell’enorme quota di part-time involontario, che colpisce soprattutto le donne, nei settori della distribuzione organizzata e dei servizi, ai tempi di rinnovo dei contratti, superiori di due o tre anni alle scadenze naturali, ed alla scarsa diffusione della contrattazione integrativa, emerge chiaramente come anche per i nostri settori l’emergenza salariale sia particolarmente pesante.
Questa dinamica dimostra l’urgenza di approfondire il dibattito sul modello contrattuale. Dobbiamo porci tre obiettivi:
- Ridare sostanza all’incremento salariale, depurandolo da costi contrattuali che non si trasformano in salario monetario netto.
- Consolidare meccanismi automatici di recupero dello scostamento inflazionistico durante la vigenza dei contratti.
- Fermare l’erosione del welfare pubblico, oggi penalizzato dalla riduzione di quote salariali a vantaggio di un welfare contrattuale esente da contributi.
Dovremo inoltre rilanciare la battaglia sul salario minimo: alcuni nostri contratti non garantiscono i 9 euro orari.
Riprendendo le valutazioni che avevo accennato precedentemente sulla discussione confederale rispetto a modelli contrattuali e rappresentanza confermo che la visione confederale sia la sola realmente efficace per noi: sarebbe un errore continuare a rincorrere l’idea di un presunto modello contrattuale specifico di categoria o di settore.
L’identità confederale e la rappresentanza elettiva
Il legame tra categoria e politiche confederali va di conseguenza rafforzato. Forzare la mano su elementi puramente identitari rischierebbe di produrre un approccio corporativo ed escludente verso la Confederazione.
La vita delle aziende del terziario e dei servizi è intimamente connessa alle politiche produttive degli altri settori, che spesso usano i nostri comparti come costi accessori su cui risparmiare. Se non integriamo le politiche contrattuali tra le diverse categorie rischiamo l’isolamento anziché l’affermazione di un modello negoziale efficace.
Anche sulla rappresentanza ripeto che solo attraverso le elezioni delle Rsu possiamo radicarci nelle imprese. Il nostro segretario generale, Russo, ha ammesso che su questo terreno avremmo potuto e dovuto fare di più: ammissione che mi fa piacere e mi trova perfettamente d’accordo. Le elezioni delle Rsu sono una scelta politica precisa: se non si praticano diffusamente sul territorio non è solo per limiti oggettivi – come la frammentazione aziendale o l’ostilità di Fisascat e Uiltucs –, ma anche per una nostra mancanza di volontà. È ora di cambiare passo e avviare una vasta campagna nazionale di elezioni delle Rsu, senza temere il boicottaggio delle altre sigle.
Parlando di contrattazione dobbiamo anche riconsiderare quello che è stato fatto sulle politiche di genere. È giusto firmare protocolli contro la violenza di genere, ma una categoria a maggioranza femminile come la nostra deve analizzare i meccanismi economici dello sfruttamento capitalista del lavoro di cura, spesso gratuito e svalorizzato, e studiare elementi negoziali innovativi ed efficaci in merito. Positiva in ogni caso la scelta dell’adesione allo sciopero transfemminista dell’8 marzo: grazie alla determinazione e alla forza del gruppo dirigente femminista della Filcams-Cgil la categoria ha aderito a questa giornata di lotta.
In chiusura, mi rincresce notare che negli ultimi mesi le posizioni della categoria su questi temi siano state elaborate solo nelle riunioni dei segretari generali. Ormai ho perso il conto dall’ultima reale convocazione della nostra Assemblea Generale nazionale. È una modalità organizzativa inaccettabile che deve cambiare radicalmente. Aspettiamo di vedere quando e con quale ordine del giorno sarà convocata la prossima Assemblea Generale nazionale della Filcams-Cgil!
Lavoro Società: le nostre ambizioni e il futuro da costruire
Siamo donne e uomini della sinistra sindacale che militano nella Cgil. Sentiamo il profondo bisogno di condividere le finalità della nostra associazione con attivisti, movimenti e partiti. Partendo dalle radici del lavoro e dai valori costituzionali, vogliamo raccogliere e diffondere le ragioni della trasformazione sociale, per consegnare alle nuove generazioni un futuro affrancato dalle logiche predatorie del capitalismo.
Utilizzo le prime righe del Manifesto della associazione che con altri compagne e compagni sto promuovendo, perché quelle parole esprimono un concetto che considero centrale: il bisogno di condivisione. È la sintesi esatta del nostro presente e del nostro futuro. Oggi sono qui con noi (almeno figurativamente) i compagni di “Le radici del sindacato”, una presenza naturale perché nella quotidianità dialoghiamo costantemente. Ma come dialoghiamo con loro lo facciamo con tutte le compagne e i compagni della Cgil che incontriamo.
Siamo una realtà unica nell’organizzazione, mossa da una grande ambizione collettiva: la trasformazione della società e il miglioramento dell’azione sindacale. Questa assemblea nazionale sarà chiusa da Enzo Greco che, come nostro referente, sta guidando la crescita politica e numerica della nostra area. Nei nostri lavori, Giacinto Botti illustrerà il documento preparato nei mesi scorsi, base per costruire consapevolezza e partecipazione.
Condividere significa aprirsi al pluralismo delle idee all’interno della stessa radice valoriale. Il pluralismo vive di senso critico; il senso critico è pratica dialettica accompagnata al coraggio dell’azione; il coraggio, infine, si traduce in coerenza quotidiana. In questi tre cardini risiede la nostra possibilità di superare la crisi di rappresentatività che denunciai nella nostra passata Assemblea nazionale di Milano e rilanciare la nostra presenza nella Cgil e nelle categorie.
Le domande di una comunità in cammino
Proviamo a farci qualche domanda:
- Quante compagne e quanti compagni incontriamo ogni giorno che si riconoscono nella visione di classe, generale e internazionalista della Cgil?
- Quante e quanti vedono nel sindacato un soggetto capace di generare un conflitto fertile, radicale e radicato per trasformare i rapporti di forza?
- Quante e quanti pensano che un’organizzazione piegata solo a logiche burocratiche rischi la propria morte politica?
- Quante e quanti sono consapevoli che lo sfruttamento di lavoro, persone e territorio è l’essenza stessa del capitalismo e non una sua devianza?
- Quante e quanti credono che la pace sia il valore supremo da perseguire sempre e comunque?
- E quante e quanti sentono di non avere abbastanza spazi di espressione nella Cgil, nonostante i nostri documenti solenni che parlano di democrazia e partecipazione?
Le nostre ragioni sono il pensiero di molti. A impedirci di allargare la partecipazione è solo una timidezza che abbiamo il dovere di superare. Non abbiamo posti da offrire o carriere da garantire, ma se allargheremo la nostra presenza organizzata potremo pretendere il giusto riconoscimento del lavoro che offriamo ogni giorno all’organizzazione.
Il passaggio del testimone
Quando affronto i nostri lavori mi immergo sempre nell’idea del futuro che ci attende: ed allora immagino di prendere in mano un testimone ideale per offrirlo a chi condivide queste istanze.
Non sono un fine politico, né ho una cultura teorica da spendere. Mi sento sempre quel cassiere della Coop che ha avuto la fortuna di trovare le occasioni giuste per crescere. Nella Cgil ho trovato una casa straordinaria, ma in Lavoro Società ho trovato qualcosa di unico: un luogo che mi ha insegnato il senso critico e mi ha permesso di essere “rosso ed esperto”, pur sapendo di dover sempre e comunque imparare.
Ma io non sono più giovane. Ora tocca a voi. La mia è una generazione di mezzo che tiene il testimone per pochi anni con il dovere di manutenerlo e consegnarvelo efficiente. Dopo, toccherà interamente a voi.
Tocca a voi fare in modo che le idee di pace, di giustizia e di uguaglianza non vengano mai meno.
L’intelligenza artificiale e il futuro del lavoro
Molti di voi avranno notato che, nonostante il titolo dei nostri lavori sia “La pace, i diritti, il lavoro – la sinistra sindacale ed il lavoro che cambia nel 21° secolo”, non ho fatto cenno alla tecnologia, all’innovazione o all’intelligenza artificiale ed al progresso tecnologico. Ho voluto tenere per l’ultimo affondo, oltre quelle che dovevano essere le conclusioni, il mio pensiero sul futuro del lavoro e sulle sfide dell’IA, sperando di sollecitare una discussione profonda. Vi leggo queste poche righe:
“L’Intelligenza Artificiale non è un tema del futuro: è il presente. Ma la tecnologia non è mai neutra. Se lasciata nelle mani esclusive degli oligopoli del capitale finanziario e degli algoritmi del profitto, l’IA diventerà l’ennesimo, devastante strumento di sfruttamento e di frammentazione. Diventerà il mezzo per comprimere i salari e rendere ancora più precari e invisibili i lavoratori dei servizi, del turismo e del terziario. La nostra sfida politica, la sfida di Lavoro Società e della Cgil, è governare questo processo. Dobbiamo imporre che l’evoluzione tecnologica sia uno strumento di emancipazione, di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, di sicurezza e di ridistribuzione della ricchezza, e non l’ennesima catena del capitalismo predatorio”.
Ecco, compagne e compagni… queste parole in cui molti di noi ci si potranno ritrovare, non le ho scritte io. Le ha scritte una Intelligenza Artificiale che ho utilizzato, come fedele collaboratrice, per preparare questa relazione. E l’ha fatto, le ha scritte, perché è stata indirizzata con i nostri valori, con la nostra storia, con i principi che ci accomunano.
Ve le ho lette perché la vera sorpresa non deve essere la capacità della tecnologia di collaborare con noi come un consulente fidato e competente, ma la nostra capacità politica di governarla prima che sia lei a governare noi. Questa scelta e la qualità di questo brano devono farci riflettere: dobbiamo imparare a guardare la realtà da una prospettiva diversa – a “girare la testa di lato”, come suggerisce la mia collaboratrice artificiale – o ne verremo travolti. Perché sull’utilizzo delle nuove tecnologie che già sono il presente si giocano diverse questioni: la quantità e la qualità del lavoro, la redistribuzione del reddito, l’estrazione del profitto e l’incremento della produttività in maniera esponenziale, la disumanizzazione delle regole lavorative, la capacità di acquisire professionalità, elaborare cultura, creare un progresso che sia realmente umano, il rapporto tra le nuove e le vecchie generazioni. Da una parte l’esperienza politica e le chiavi di lettura dei processi sociali e politici delle vecchie generazioni, dall’altra l’entusiastica, e a volte passiva ideologicamente, capacità di utilizzo delle nuove tecnologie. Domani Federica ci parlerà di questo, ma credo che se vogliamo costruire un futuro diverso dobbiamo capire come impadronirci del futuro del lavoro in rapporto all’avvento ed allo sviluppo delle nuove tecnologie a cominciare dall’intelligenza artificiale.
Buon lavoro a tutte e tutti.
[Roma, 28 giugno 2026]
