La curva del green pass manda fuori strada il Carroccio - di Frida Nacinovich

Più che un carroccio sembra un carretto quello guidato da Matteo Salvini. Mentre il Carroccio, quello vero, è parcheggiato nei garage dei governatori leghisti del nord, sempre apprezzati dai loro concittadini. Anche perché hanno preso una posizione sul vaccino anti-covid ben lontana da quella del loro segretario politico. Per dirla tutta opposta: Zaia e Fedriga, tanto per nominarne due, incitano ad affollare gli hub per accelerare ulteriormente vita sociale e ripresa economica, Salvini al massimo si pone nella posizione di Ponzio Pilato, insomma se ne lava le mani. Il problema è che, volenti o nolenti, il tema della pandemia e delle misure per contrastarla resta il principale argomento politico nel paese. Come è ovvio che sia, visto il suo impatto sulla vita di tutte e tutti negli ultimi due anni. E così gli argomenti cari all’offensiva (molto propagandistica) salviniana, ad esempio gli immigrati che invadono le nostre coste e rubano il lavoro agli italiani, oppure delinquono, non hanno più la presa di un tempo. Per giunta la fase politica che si è avviata con l’arrivo di Mario Draghi a palazzo Chigi è di quelle complicate per chi cerca consensi facili, richiederebbe il fioretto e non la sciabola. E con tutta la buona volontà, Salvini non può essere annoverato fra i cultori della lama più artistica ed elegante. Va a finire, come abbiamo visto in questi giorni, che un partito solitamente organizzato come la Lega si muove in ordine sparso, e diserta in buona parte votazioni che oggettivamente creano divisioni al suo interno. Le cronache di Montecitorio e palazzo Madama raccontano che metà parlamentari padani non si sono presentati in aula al momento del voto sul green pass. E si può solo immaginare la stizza dei governatori nordisti - alleati da anni con le categorie economiche all’insegna di quell’efficientismo lombardo-veneto che fa tanto regno d’Asburgo - nell’assistere alle quotidiane ondivaghe esternazioni del leader, mentre Confindustria detta la linea: chi flirta con i no-vax non ha niente a che fare con noi. Insomma, no green pass no party. Buonanotte ai suonatori delle gighe padane, si incrina perfino il rapporto con i forzisti, che saranno (molti) meno di un tempo, ma rappresentano sempre una forza necessaria alla trimurti della destra italiana. Perché i voti in certe occasioni si pesano e non si contano, e l’europeismo berlusconiano è incarnato alla perfezione dall’attuale inquilino di palazzo Chigi. Un europeismo dichiarato che mette ulteriormente in difficoltà i salviniani duri e puri, che dopo gli immigrati vedevano nell’Europa matrigna il secondo più gettonato argomento di discussione. Pagherebbe oro Matteo Salvini per essere nella posizione della sorella d’Italia Giorgia Meloni, che si è posta all’opposizione, pur di facciata, del governo, e che appare ben più smaliziata nell’affrontare un tema spinoso come quello delle misure per contenere la pandemia. E ora, che all’orizzonte c’è l’elezione del nuovo capo dello Stato, esame con un peso specifico ben maggiore in confronto alla pur rispettabile tornata di elezioni amministrative, la Lega si trova, oggettivamente, in difficoltà. Quantomeno di manovra, sembra che il Carroccio non tenga più la strada come un tempo. Problemi di guida.


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