Ikea, cacciati e licenziati. Ma finalmente la verità - di Massimo Cuomo

Due anni difficili per i lavoratori: febbraio 2019, Corsico, sbatti i mostri in prima pagina!

Era febbraio del 2019 quando i maggiori media e tg nazionali denunciavano la truffa furto e ricettazione da parte di 42 lavoratori e lavoratrici, sospesi e indagati, presso l’Ikea di Corsico, in provincia di Milano.
Il quadro era chiaro: da una parte il maltorto subito dalla multinazionale Ikea e dall’altra i “mariuoli” presi con le mani nel sacco.

Accuse gravissime e una gogna mediatica di una tale portata da disintegrare famiglie intere.
I media spiegavano nei dettagli anche come avveniva l’artefizio. Un certo giornalista, come alcuni altri “pappagalli” da tastiera giornalistica, sul Corriere della sera scriveva “scene che si sono ripetute per mesi, sempre con prodotti diversi, da poche decine di euro fino a centinaia, prodotti che passavano alle casse come «bottiglie d’acqua minerale”, «mensole», «cuscini» o «portapenne». e che spesso finivano nelle case di parenti e amici se non, come accertato in alcuni casi, nei mercatini «offro e vendo» del web”.

Così altri importanti media come Repubblica, Tg1, Tg2, Studio Aperto, La7, ecc. ecc., riportavano a ripetizione le identiche notizie senza alcuna verifica o straccio di prova di ciò che affermavano, facendo così colpevolizzare, da tutta la cittadinanza italiana, i lavoratori e le lavoratrici, ma soprattutto persone, esseri umani, verso i quali non si sono mai presi la briga di ascoltare almeno la loro versione, schierandosi così brutalmente e acriticamente contro di essi.

Ovviamente i lettori, dando per scontato l’onestà e la credibilità dei professionisti della stampa dei maggiori media nazionali, hanno figurato e poi sentenziato la colpevolezza dei lavoratori, e anche con tanto di indignazione. Lavoratori che, a distanza di due anni, sono poi risultati, senza alcuna ombra di dubbio, completamente innocenti!
Ma la realtà è stata ben altra, rispetto a come è stata raccontata.

Nei giorni successivi alla notizia, quasi tutti i lavoratori, allontanati malamente dall’azienda, si sono recati da noi in Camera del Lavoro, sotto shock e con in viso tanta incredulità, per raccontare la loro versione. Sono arrivati al sindacato come ultima spiaggia, con l’auspicio di essere ascoltati almeno da noi.

Insieme all’avvocato e al funzionario di riferimento li abbiamo ascoltati sia singolarmente che collettivamente per valutare eventuali incoerenze e responsabilità, e dai numerosi racconti si evidenziava sempre più un quadro tanto chiaro quanto diverso dalle accuse. Difatti i lavoratori dell’angolo occasioni non facevano altro che eseguire le procedure emanate dalla stessa azienda, spesso confusionarie, che prevedevano il recupero di prodotti spaiati o con difetti, destinati al macero, il cui prezzo veniva (e viene tutt’ora) ribassato utilizzando codici di prodotti anche diversi che corrispondevano al prezzo che si intendeva apporre; e tali prodotti, una volta recuperati, erano destinati sia alla vendita verso la clientela che verso i dipendenti.

Un altro elemento degno di attenzione, che abbiamo poi notato, era che fra tutti i dipendenti coinvolti dalle accuse, la stragrande maggioranza aveva un’anzianità lavorativa in media di almeno 20 anni, ma soprattutto con contratti molto tutelanti. Questo ci ha fatto sospettare anche che ci si potesse trovare dentro a uno di quei meccanismi funzionali, messi in atto nel modo più stravagante da alcune multinazionali, per sfoltire tale tipologia di personale.

E così abbiamo deciso di prenderli in carico. Il clima era dei peggiori anche dal punto di vista psicologico, poiché una storia così pesante è scomoda anche da sostenere politicamente, specie quando l’opinione pubblica ha già emesso il suo verdetto di colpevolezza.
Sono esperienze che segnano molto, ma credo fermamente che l’aspetto umano e la ricerca della verità debba far parte della nostra indole di dirigenti sindacali, anche quando tutto sembra palesemente contro.

Stare di fianco a questi lavoratori in simili momenti ha significato condividere con loro un fardello di emozioni molto pesanti soprattutto per la sensazione di impotenza e di gravissima ingiustizia che vivevano a fronte della strapotenza di una stampa generalista, non sempre attendibile, e priva di sensibilità umana che utilizza e sacrifica persone innocenti pur di creare la notizia sensazionalistica del giorno, da dare in pasto agli ignari lettori.

Oltre all’impotenza, immaginate poi cosa vuol dire, da innocente, sentire vergogna verso i propri vicini di casa, verso i propri amici, i colleghi, oltre che verso i propri figli, partner e parenti in generale. Nel frattempo, la vita di molti essi è andata in frantumi, hanno perso il lavoro, hanno dovuto mettere mano ai risparmi di una vita per tirare avanti, si sono dovuti “abbassare” ad elemosinare lavoretti precari per portare un piatto in tavola.

Così sono iniziati due lunghi anni difficili da gestire, ma alla fine, come era giusto che fosse, la verità è venuta a galla; prima la Procura ha chiesto l’archiviazione e poi il GIP ha archiviato l’inchiesta con formula piena, “nessun artifizio”, “nessuna induzione in errore”. Tutti i lavoratori e le lavoratrici sono innocenti!!!

Questo è stato uno di quei giorni che ricorderanno per sempre, anche se, fatto salvo per qualche giornale locale in qualche trafiletto, i media nazionali non hanno neanche riportato la notizia della loro innocenza.

È una vicenda che ci insegna e ci conferma di andare sempre fino in fondo alle problematiche dei lavoratori e delle lavoratrici, anche in casi come questi, di “gogne mediatiche”, prima di cedere a decisioni basate solo sull’apparenza o su emotività, indotte volutamente dalla stampa, e non fondate sulla ricerca della verità; così come invece la lunga storia della nostra grande organizzazione ci tramanda da più di un secolo.


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