La pandemia: diritti, reddito, lavoro. Per una politica sindacale di classe - di Andrea Montagni

Coordinamento nazionale della sinistra sindacale in FILCAMS-CGIL
Roma, martedì 20 ottobre 2020: la relazione introduttiva

Ci riuniamo in modalità videoconferenza: la conferma che la situazione sanitaria è ancora grave e che occorre stare attenti per senso di responsabilità sociale, ma consapevoli come questa modalità renda più difficile il contatto tra i lavoratori e i delegati e i funzionari, la partecipazione come modalità decisiva per acquisire informazioni, valutarle ed assumere decisioni.

Voglio salutare la grande vittoria del popolo boliviano, ad un anno di distanza dal colpo di Stato sponsorizzato dagli USA e dall’Unione europea, che è costato lutti e sangue alle genti di Bolivia, organizzato per defraudare della vittoria elettorale il presidente Evo Morales. Volevano rimettere in riga la Bolivia dei minatori e dei campesinos cocaleros, degli indios quechua e aymara, della borghesia nazionale progressista, a favore dell’oligarchia bianca. Una travolgente vittoria elettorale ha ridato la vittoria al Movimento per il Socialismo seppellendo sotto milioni di schede elettorali i sogni di fare della Bolivia uno dei paesi che circondano con un cordone sanitario il Venezuela bolivariano! Un abbraccio fraterno ai nostri compagni e fratelli dei sindacati boliviani da sempre schierati per la democrazia e contro il golpismo. Un pensiero che rivolgo anche al Che, che in Bolivia cadde proprio in ottobre, nel 1967.

La pandemia mondiale
Il mondo è in piena pandemia. Al 14 ottobre i casi accertati erano 10.754.469, mentre i deceduti 1.091.464. Il paese più colpito gli Stati Uniti, con 7.916.099 e 216.872 decessi; seguono India e Federazione russa. In Europa i contagiati sono stati 4.538.002 e i deceduti 200.521. In Italia, 372.799 contagiati e 36.289 persone sono morte. Vi risparmio i dati sulle singole Regioni che certo ognuno di voi ha presenti. Ancora non se ne vede la fine. La nostra fiducia nella scienza è immensa, ma lo è anche la consapevolezza che la prevenzione è difficile, finché non ci sarà un vaccino affidabile, che le cure sono ancora in larga parte sperimentali e che le misure di isolamento, limitazione della circolazione, controllo sociale, impattano prima di tutto sulla psicologia delle persone - creando disagi e difficoltà che non sottovalutiamo - e grandemente sull’economia. In Italia e nel mondo. E che il sistema sanitario, deprivato da oltre 30 anni di politiche liberiste e privatizzazioni, è stato massacrato e non è in grado di reggere un nuovo urto.

Il quadro internazionale
La crisi economica, che la pandemia ha accentuato, investe tutti i paesi del mondo, tranne la Cina, che tuttavia ha rallentano i suoi tassi di crescita fermandosi all’8%. La crisi attuale ha svelato quante fossero fragili anche i segnali di ripresa degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei, costruiti su politiche iperliberiste e reso evidente la vacuità delle politiche applicate anche in Italia in ossequio ai parametri di Maastricht, che hanno prodotto in tutta Europa politiche di taglio allo stato sociale e deregolazione del mercato del lavoro con un attacco frontale ai diritti dei lavoratori e al sindacato, accentuando sfruttamento, riduzione dell’occupazione e del valore dei salari. Politiche alle quali finora, nell’Unione Europea, si sono opposti solo due governi: quello portoghese e quello spagnolo.
La crisi ha determinato e accentuato la tendenza alla guerra che caratterizza la società imperialista. Il fuoco cova sotto la cenere al di là dei conflitti noti: quello in Siria, quello in Afghanistan, quello in Irak, quello in Libia, quello endemico in Africa centrale subsahariana, quello in Yemen. E la guerra si avvicina pericolosamente anche alle nostre porte, qui in Europa nella crescente tensione tra USA, Ue e Federazione russa. Sempre più le forze armate italiane sono attivamente coinvolte non solo in Irak e Afghanistan, ma anche nell’Africa settentrionale e sahariana, e ai confini della Federazione russa nei contingenti NATO. Sullo sfondo la rivalità tra USA e Cina, vera bomba a tempo, se non verrà disinnescata. Una contesa nella quale anche la pandemia è diventata strumento di propaganda americana nel tentativo di creare una opinione pubblica internazionale ostile verso quella che è oggi la più grande potenza economica mondiale.

Dovremmo riprendere, noi della CGIL, quella coerenza e attenzione che caratterizzano la nostra storia e tenerci cari i principi della coesistenza pacifica, che escludono l’interferenza negli affari interni degli altri paesi e, soprattutto, la nostra Costituzione che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Non dimentichiamo che siamo la CGIL delle grandi mobilitazioni contro l’ingresso nella NATO negli anni 50, ma anche quella che organizzò il grande sciopero generale contro la guerra nel 1991 e che fu protagonista, dieci anni dopo, del Forum sociale europeo di Firenze del 2002.

La situazione italiana
La pandemia e le misure di controllo adottate nella prima fase - mi riferisco alle chiusure di settori merceologici, al blocco di numerose attività e al confinamento della popolazione - hanno messo a dura prova la nostra economia.
Il blocco dei licenziamenti, il ricorso agli ammortizzatori sociali, l’utilizzo massiccio del lavoro da remoto negli uffici e i protocolli di sicurezza siglati con le parti sociali hanno attenuato l’impatto violento delle misure anticovid. Questo non ha impedito che tutti i settori nei quali il lavoro stagionale è la forma prevalente del rapporto di lavoro, e nei settori dove sono diffusi lavoro a chiamata e lavoro discontinuo, l’impatto sia stato quasi senza alcuna protezione. Mi verrebbe da dire che è stato maggiormente tutelato il lavoro autonomo in senso stretto, coperto in modo indifferenziato a prescindere dal reddito, con un sussidio.

Durante la fase di chiusura totale del Paese, è emersa tutta la fragilità sistema sanitario, prima vittima di tutte le politiche di tagli allo stato sociale, le conseguenze della riduzione del personale, la mancanza di risorse e di piani. Questa fragilità ha messo anche in luce tutte le nefaste conseguenze della modifica del Titolo V della Costituzione che ha creato un assurdo meccanismo concorrenziale tra Stato e Regioni proprio in materia di salute, che è un diritto universale. In quei giorni il personale del servizio sanitario è stato in prima fila insieme al personale degli appalti, con eroismo e determinazione! In quei giorni tutti a cospargersi il capo di cenere e a fare mea culpa promettendo che le politiche liberiste di riduzione del welfare sarebbero state riviste. In questa fase è nato il Fondo europeo di recupero, che si sottrae largamente ai vincoli di Maastrich e che per questo genera così tante resistenze in Europa alla sua attuazione.

L’offensiva padronale
“Passata la festa, gabbato lo santo”. Ai primi segnali di possibile fuoriuscita dalla emergenza pandemica (tutta da verificare tra l’altro e prematuri gli ottimismi di maniera come stiamo vedendo), Confindustria ha ripreso una offensiva su vasta scala per ribadire la supremazia del profitto e la balla che il mercato si autoregola da solo. Gli stessi criminali che volevano imporre la prosecuzione della produzione a tutti i costi a febbraio-marzo e contro – sottolineo contro – i quali si sono siglati i protocolli di sicurezza, chiedono finanziamenti a pioggia, cessazione dei controlli, esenzioni fiscali e contributive, blocco dei contratti, libertà di licenziare.

Confindustria rilancia la ricetta che fu alla base delle controriforme di Sacconi e Renzi, negando la contrattazione collettiva di categoria, per legare i salari alla marginalità delle imprese, rendendo flessibili condizioni, orari, prestazioni e diritti, proponendo privatizzazioni di tutti i settori, comprese sanità, istruzione, previdenza e finanziamenti a babbo morto alle imprese, senza vincoli sociali.
A questa provocazione occorre dare una ferma risposta.

La CGIL
La CGIL in questa fase si è mossa tutto sommato bene. La mancanza di contatti con la stragrande maggioranza dei lavoratori ci ha penalizzato, ma, man mano che le attività sono riprese, le nostre sedi sono tornate ad essere un punto importante di riferimento. Dobbiamo un grazie ai nostri delegati, al personale dei servizi, a voi che operate a contatto con la gente. Avete superato difficoltà, affrontato situazioni complesse, rischiato in prima persona.

I messaggi “la sicurezza prima di tutto”, “no ai licenziamenti”, “tutele per tutti”, “rinnovo dei contratti” sono stati chiari. Le poche volte che siamo riusciti a “sfondare” sia localmente che nazionalmente il muro della disinformazione ed apparire sui media, il nostro messaggio è stato recepito.

Ma in questa emergenza è stato chiaro, sebbene con la Carta dei diritti la CGIL abbia rivendicato la rappresentanza e la tutela di tutto il lavoro subordinato, che questo ancora non è e che - stante il futuro prossimo venturo che ci attende con una maggiore frantumazione del mondo del lavoro e delle prestazioni con una crescita del lavoro immateriale e una ulteriore parcellizzazione del lavoro manuale - il nostro declino organizzativo è alle porte se non riformiamo rapidamente la nostra strutture rendendo più orizzontale, più decentrata sul territorio, più confederale in termini di politiche, di persone e di risorse la Confederazione.

Come sinistra sindacale dobbiamo portare un contributo di esperienze, di idee per far vivere la Carta dei diritti e il Piano del Lavoro!
Nella fase di emergenza abbiamo l’opportunità di rilanciare i grandi temi della lotta sindacale per un diverso e nuovo modello economico e sociale: gli investimenti e il ruolo del pubblico in economia; la riconversione ecosostenibile dell’economia; l’infrastrutturazione del paese; il recupero e la valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente; l’estensione e la valorizzazione dello stato sociale a partire dalla sanità pubblica, da politiche che estendano il diritto alla formazione lungo tutto l’arco della vita ad un sistema previdenziale che abolisca la Fornero e preveda una pensione di garanzia per le nuove generazioni; la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario. Ma anche di batterci, mentre chiediamo al governo di approntare una organica riforma degli ammortizzatori sociali, per un reddito generalizzato di quarantena e il blocco dei licenziamenti fino a data da definire.
La riforma fiscale e la patrimoniale sono provvedimenti urgenti e non rinviabili! Se non ora quando?

Chiarimenti necessari
Non è oro tutto quel che luccica. Anche nel nostro agire si registra qualche limite e qualche rischio di caduta.
La CGIL è impegnata, anche unitariamente, per una riforma fiscale equa, che ristabilisca il principio di proporzionalità costituzionale, intervenendo sulle aliquote, alzando la quota esente, abbassando le aliquote basse e medie e rimodulando quelle alte, introducendone di nuove e lavorando sulle detrazioni; la CGIL si deve battere per una patrimoniale e per una tassazione dei capitali che favoriscano gli investimenti e non la rendita parassitaria. Tutto questo per diminuire la pressione fiscale sui redditi medio-bassi e sul lavoro dipendente, senza sottrarre risorse, anzi!, alle politiche di stato sociale. L’obiettivo è il mantenimento, l’efficientamento e l’estensione delle prestazioni dello stato sociale universale. Indispensabile premessa e corollario della riforma, una seria politica di contrasto e di recupero della evasione fiscale.

L’idea – mai approvata in un Congresso della CGIL – ma presente nella Piattaforma unitaria CGIL-CISL e UIL di una “tassa piatta” sugli aumenti salariali (che scaricherebbe sulla collettività, quota parte degli aumenti monetari, invece che sui profitti) ere e resta sbagliata. Occorrerebbe al contrario, rimettere mano alle leggi che favoriscono i premi di risultato sotto forma di servizi, compreso prestazioni socio-assistenziali, invece che sostenere la contrattazione integrativa sui salari.
Prima o poi bisognerà anche fare i conti con il fatto che abbiamo reintrodotto in quasi tutte le categorie le mutue (fondi assistenza integrativa) che pure in questi mesi hanno aiutato tanti lavoratori dipendenti a bypassare il blocco di fatto delle prestazioni in intramoenia negli ospedali e nei presidi sanitari pubblici intasati dai pazienti covid.

Sul MES
Con una valutazione mai approfondita, qualcuno ha cominciato a sostenere che “bisogna ricorrere al MES”, fino ad inserirlo nel quadro delle proposte unitarie. Come è stato autorevolmente detto, il MES Sanitario non ha condizionalità all’accesso ma, a statuto e regolamenti Ue vigenti, ne prevede dopo l’accesso, in conseguenza di una valutazione di solvibilità del debitore. Quando sei un ‘cliente’ zavorrato da un debito pubblico al 160% del Pil, sei oggettivamente a rischio di programma di aggiustamento macroeconomico e strutturale. In tale contesto, sarebbe autolesionistico ricorrere al Mes sanitario. Non a caso, nessuno degli Stati che, seppur minori di noi, avrebbe risparmi in termini di spesa per interessi, intende ricorrervi, Inoltre, i titoli di stato hanno, ad oggi, tassi più favorevoli del MES e non comportano la sorveglianza rafforzata della troika. Il MES non serve ad altro che ad assicurarci un futuro ancora dominato dall’ideologia liberista.

“Il Mes non è una panacea. I soldi del Mes sono prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive, si possono coprire spese già fatte in cambio di un risparmio d’interessi. Va a incrementare il debito e quindi va coperto e devo intervenire in termini di nuove tasse o tagli di spese se prendiamo i soldi del Mes”. Lo ha detto Conte in diretta tv la sera del 18 ottobre illustrando il nuovo Dpcm.  

Penso che sia nostro dovere esporre queste posizioni, serenamente, perché “nel momento in cui vediamo una tendenza sbagliata avvicinarsi a noi come una corrente impetuosa, non dobbiamo avere paura di fronteggiarla, dobbiamo osare andare controcorrente e raccogliere il nostro coraggio per reggere all’impatto”. [Zu Enlai, Rapporto al X Congresso del PCC, Pechino, 1973].

La FILCAMS-CGIL
Nei settori dei servizi anche quest’anno la tendenza è all’aumento degli iscritti. Vuol dire che le donne e gli uomini della FILCAMS sono stati sul pezzo, pur nelle difficoltà legate alle chiusure, alle norme di distanziamento interpersonale, al divieto di riunioni e manifestazioni. Mi riferisco al lavoro quotidiano, ma anche alla mole imponente di casse integrazioni, al mantenimento del fronte aperto dei rinnovi contrattuali. Così come abbiamo tenuto botta nel momento delle chiusure per imporre il rispetto delle normative di sicurezza nelle reti della distribuzione alimentare, nella gestione della generalizzazione del lavoro da remoto nelle attività di servizio, e nella graduale riapertura; e così come abbiamo cercato di mitigare l’impatto nei settori della ristorazione e del turismo, i più colpiti dalla pandemia e dalla contrazione della domanda che ne è derivata.

Certo, a fine anno, e soprattutto l’anno venturo quando “passeranno all’incasso” - contrazione delle retribuzioni per cassa integrazione, naspi, stagionali che hanno perso il lavoro, lavoratori a termine non rinnovati - avremo qualche segnale in senso contrario, soprattutto sul versante delle risorse a disposizione dell’organizzazione, comprese quelle rilevanti che derivano dalle quote di servizio contrattuali delle aziende commerciali.

Ad oggi, non possiamo far altro che rilevare, con legittima soddisfazione, la tenacia con cui ci battiamo per il rinnovo dei contratti aperti, tenendo aperti i tavoli, promuovendo iniziative come quella che ci porterà, con le limitazioni che sappiano, in piazza domani per il rinnovo del CCNL Multiservizi.

Abbiamo sottolineato più volte che noi della sinistra sindacale confederale non abbiamo né da pungolare, né da sottoporre ad esame il lavoro quotidiano e la politica rivendicativa e contrattuale della FILCAMS-CGIL. Nella situazione data, la categoria conosce le difficoltà che abbiamo descritto - mentre l’operato dei singoli, noi compresi, è come sempre passibile di osservazioni e critiche – e noi stiamo interamente e lealmente dentro la strategia dell’organizzazione, affrontiamo le difficoltà di rapporti di forza sfavorevoli e guadagniamo ogni giorno fiducia e consenso tra le lavoratrici e i lavoratori. Ciascuno di noi, nella sua RSA/RSU, nel suo territorio, nel suo comparto contrattuale, partecipa con il proprio contributo di idee e di militanza e ne valuta collettivamente gli esiti, con l’insieme delle compagne e dei compagni della FILCAMS-CGIL. Contribuiamo lealmente alla discussione e all’assunzione delle decisioni negli organismi di cui facciamo parte e tirando la carretta nella stessa direzione nella quale la tirano tutte le nostre e i nostri compagni e compagne, mettendo al centro e sopra tutto le lavoratrici e i lavoratori.

Nel contributo di idee e nella prassi sindacale ci impegniamo a far vivere il ragionamento sulla riduzione di orario a parità di salario, la limitazione al proliferare delle forme di welfare aziendale legate ai premi di risultato, l’affermazione della contrattazione inclusiva nei luoghi di lavoro a partire dal coinvolgimento dei lavoratori di settori che afferiscono alla nostra categoria (pulimento, ristorazione) e che in quei luoghi di lavoro operano.

La sinistra sindacale
E’ passato giusto un anno dal seminario di Rimini. In quella sede confermammo la disponibilità, già dichiarata in sede confederale, al confronto aperto per dare vita non ad “una” sinistra sindacale ma “alla” sinistra sindacale, che concorra a far navigare tutta la CGIL in mare aperto, avendo certo l’approdo comune. Aggiungemmo che avremmo continuato ad essere un’aggregazione di pensiero, di idee, di valori non per distinguerci ma per contribuire al confronto, al sostegno delle scelte assunte con coerenza e lealtà verso l’organizzazione e che avremmo manifestato liberamente il nostro pensiero, la nostra critica con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, anche attraverso la concertazione di iniziative e posizioni collettive, così come previsto nell’articolo 4 dello Statuto. 

Nel CDN confederale del 2 ottobre è stata formalizzata l’aggregazione programmatica di “Lavoro Società per una CGIL unita e plurale”; una formalizzazione imposta dal fatto che quella è tutt’oggi l’unica modalità riconosciuta in CGIL per partecipare in forma collettiva ad una discussione e ad un confronto che sempre meno - purtroppo! - si svolge nelle sedi statutariamente indicate: direttivi e assemblee generali e sempre più - aripurtroppo!- in sedi improprie - le riunioni dei segretari generali - spingendo verso una deriva burocratica che da sempre contrastiamo.

Questa formalizzazione non cambia la scelta che abbiamo fatto, quella di porci collettivamente al servizio del processo di costruzione della sinistra sindacale, ampia e plurale, capace di assumersi collettivamente e individualmente le responsabilità di direzione della organizzazione che si mette al servizio di tutta la FILCAMS e che rivendica il senso profondo di quella che è stata la parola d’ordine del XV Congresso di categoria ed divenuta oggi, la parola-chiave della comunicazione confederale: “Collettiva”.
La FILCAMS-CGIL è e sarà collettiva. Collettiva è un modello organizzativo, una metodologia, ma anche una idea di società per cui lottare.

Un collettivo siamo e tale vogliamo rimanere. Pervicacemente ancorati all’idea che il pluralismo e la battaglia delle idee siano i fondamenti democratici di una organizzazione in cui vogliamo far vivere i valori della sinistra: la lotta di classe, la lotta per una società di liberi ed uguali, la volontà di proseguire in continuità con una storia e una cultura conflittuali.


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