«Schiavitù o socialismo; altra alternativa non v’è» - di Daniele Maffione

Contro una lettura da destra della questione meridionale

Carlo Pisacane, napoletanissimo, combattè contro i Borbone ed il Regno delle Due Sicilie.

Proveniente da una famiglia nobiliare decaduta, da giovanissimo venne avviato agli studi militari, diplomandosi all’ Accademia militare “Nunziatella”. Mosse i suoi primi passi come sottufficiale nell’esercito borbonico. Tuttavia, grazie al temperamento indolente e ribelle, divenne sempre più critico rispetto al conformismo degli ambienti aristocratici e militari partenopei. Pisacane si innamorò della moglie di suo cugino, Enrichetta De Lorenzo, e si dimise dal regio esercito. Il suo congiunto provò a far assassinare gli amanti, fallendo nel tentativo.

Braccato dalla polizia borbonica, Pisacane maturò la decisione di fuggire a Parigi dove venne arrestato e, dopo un periodo di stenti, si arruolò nel 1847 nella Legione straniera. Di qui, venne inviato in una delle molte spedizioni francesi per reprimere la guerriglia anti-coloniale algerina, di cui rimase affascinato per le caratteristiche di imprevedibilità e l’adesione popolare alla lotta.

Nel 1848, rientrato in Francia, partecipò all’insurrezione popolare che destituì Luigi Filippo d’Orleans. A Parigi, Pisacane entrò in contatto con gli ambienti sovversivi dell’emigrazione politica del proprio tempo e strinse legami con diversi esuli italiani. Fu qui che decise di prendere parte, come volontario, ai tentativi di sollevazione in Lombardia e Piemonte contro il giogo straniero, portando la propria esperienza militare sul campo di battaglia e partecipando attivamente alla Prima guerra d’indipendenza.

In seguito alle sconfitte riportate, decise di trasferirsi a Roma, dove strinse legame con altri uomini d’azione come Mameli, Garibaldi, Saffi e Mazzini. Fu così che si ritrovò a pianificare e difendere, come capo dell’esercito popolare, l’insurrezione anti-papalina che portò all’istituzione della Repubblica romana, repressa nel sangue da Papa Pio IX, sostenuto dai francesi. In seguito al fallimento dell’impresa, venne arrestato e detenuto nelle prigioni pontificie. Di lì a breve, venne poi liberato ed emigrò in Francia e Svizzera, per approdare infine a Londra.

Qui avvenne il contatto con le idee del socialismo libertario ed utopistico. Le intense letture di Proudhon e Fourier lo portarono a polemizzare con una delle figure più influenti degli ambienti del Risorgimento italiano, Giuseppe Mazzini. In particolare, lo scontro fra i due si consumò sul carattere della futura rivoluzione italiana, che per Pisacane non sarebbe mai potuta avvenire se essa non avesse risolto i problemi immediati delle masse popolari, trascinandole attivamente nella lotta. Partendo dalla necessità della riforma agraria e dalla sollevazione delle masse contadine, Pisacane incominciò così a delineare la propria impresa di costruire la guerriglia nel Mezzogiorno d’Italia e di lì cominciare un movimento di liberazione nazionale che liberasse l’intera penisola dalle monarchie e dalle dominazioni straniere.

Assertore dell’esercito di popolo, individuò nei proprietari terrieri il nemico da combattere, teorizzando la distribuzione della terra ai contadini poveri.

Ateo e vicino alle idee di Bakunin, Pisacane non credeva in uno stato centralizzato, quanto piuttosto in un’idea federalistica.

Per preparare l’insurrezione meridionale anti-borbonica, Pisacane si convinse che occorreva un episodio avanguardistico che favorisse la sollevazione popolare. Uomo d’azione, preparò una spedizione rivoluzionaria, convinto che potesse dare slancio ad un movimento con caratteristiche anti-monarchiche in tutta Italia.

Nel suo “Saggio sulla rivoluzione” ebbe ad affermare: «L’Italia trionferà quando il contadino cangerà spontaneamente la marra con il fucile». Ed ancora: «la dominazione della casa Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa» e che «il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II».

Fortemente contrario ad una visione interclassista ed a posizioni attendiste, Pisacane si trasferì a Genova e di lì preparò il tentativo sovversivo nel Mezzogiorno d’Italia. Inizialmente, congegnò un piano per invadere la Sicilia, dove vi era un forte sentimento di avversione ai Borbone. In seguito, modificò il piano ed individuò in Sapri, piccola città al confine fra Campania e Basilicata, il luogo in cui tentare la sortita, raccogliere le forze di rincalzo provenienti dalle schiere contadine e preparare la marcia su Napoli, capitale del Regno.
Il 25 giugno del 1857, insieme ad altri 24 rivoluzionari, Pisacane si imbarcò sul piroscafo “Cagliari” e qui sottoscrisse un manifesto divenuto leggendario:
«Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti nella giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiaramo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange de’ martiri italiani. Trovi altra nazione al mondo uomini, che, come noi, s’immolano alla sua libertà, e allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino a oggi ancora schiava».
Il 26 giugno, tricolore alla mano, i congiurati sbarcarono a Ponza, dove liberarono 323 detenuti politici. Di lì, si diressero verso Sapri. Invasa la cittadina, i rivoluzionari si diressero verso Padula, accanendosi per strada contro le dimore nobiliari e tentando di aggregare sostegno popolare.

L’impresa fallì non solo per l’intervento delle truppe regolari borboniche, ma perché non si innescò fra le masse quell’elemento di partecipazione, che è vitale per ogni rivoluzione. Al contrario, i “ciaurri” (sostenitori della tirannia borbonica) riuscirono a sobillare i contadini contro gli insorti, spingendoli alla violenza contro i ribelli.

Accerchiato dal nemico a Padula, Pisacane ed i suoi riuscirono a ripiegare a Sanza. Nella ritirata, esortò i compagni a non colpire il popolo ingannato dalla propaganda borbonica. Gli insorti opposero una strenua resistenza, ma vennero infine massacrati.
Resta scolpita nella storia l’impresa di chi, oltre un secolo e mezzo fa, intuì che per il Sud non vi sarebbe stata alcuna liberazione se le masse popolari non avessero riscattato da sole il proprio destino.


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