Ape sociale: illusione o speranza? - di Omero Raccontabene

L’effetto domino della Legge Fornero si ripercuote a distanza di anni sulla vita di decine di migliaia di persone costrette ad attendere al bivio il passaggio di una salvaguardia o di un sussidio di anticipo pensionistico che li congedi definitivamente dal loro dovere lavorativo, e che legittimi in sostanza il loro diritto alla pensione.
Tra queste ricordiamo l’Ape sociale, che ora andremo ad esaminare da vicino.
L’Ape sociale è una misura entrata in vigore con la legge di Bilancio 2017 dal 1 maggio 2017, messa in atto dal governo Renzi, a cui possono accedere specifiche categorie di lavoratori, e prevede un’indennità fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia. Tale importo è pari alla rata mensile calcolata al momento dell’accesso all’indennità, se tale è inferiore a 1.500 €, oppure pari a 1.500 se uguale o superiore. Quest’ultima va distinta dall’Ape volontaria, che altro non è che un prestito bancario erogato dall’Inps, in pratica nel caso di un assegno netto di 1500 euro, chi prenderà tutti e 3 gli anni e 7 mesi ci rimetterà circa il 18% ovvero intorno ai 270€ al mese. A questa andrà sommata la rata del mutuo ventennale da restituire calcolata nelle 43 mensilità, anch’essa intorno alle 270 euro. Quindi in fin dei conti dei 1500 euro ne entreranno nelle tasche dei lavoratori circa i 2/3 del totale.
I requisiti per accedere all’Ape sociale si rivolgono:
• ai disoccupati che hanno finito di percepire, da almeno tre mesi, la prestazione per la disoccupazione loro spettante, sempre che sia per giusta causa o nell’ambito della risoluzione consensuale secondo l’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604;
• ai lavoratori che hanno compiuto i 63 anni di età con almeno 30 anni di anzianità contributiva, nel caso di lavoratori che svolgono attività usuranti l’anzianità minima sale a 36 anni;
• a soggetti che non sono già titolari di pensione diretta in Italia o all’estero;
• a invalidi civili, con un grado di invalidità pari al pari o superiore al 74%;
• a soggetti che al momento della richiesta e da almeno sei mesi assistono il coniuge, l’unito civilmente o un parente di primo grado convivente (genitore, figlio) con handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104;
• a dipendenti che svolgono, da almeno sei anni, una delle seguenti professioni descritte nell’allegato A del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 maggio 2017, n. 88.
Questa legge era stata presentata dal governo Renzi come un salvagente sociale utile a contenere le disfatte della Legge Fornero, ma la realtà dei fatti sta confermando le numerose critiche che venivano apportate a questa normativa, da molti ambienti della sinistra politica e sindacale e dei comitati esodati. Questi ultimi avevano previsto un notevole rigetto di oltre i due terzi delle richieste per l’anticipo pensionistico e di conseguenza avevano contestato i criteri applicati dall’Inps nel verificare il possesso dei requisiti di legge, ritenendoli troppo rigidi e discriminatori.
Sicuramente il giornalismo mainstream dei grandi mezzi di informazione, complice di sollecitare una visione onirica dei fatti, ha enfatizzato a pieno titolo tali procedimenti normativi, eludendo invece i vuoti che si sarebbero prodotti a causa di varie mancanze legislative.
Delle oltre 60 mila domande di Ape sociale, sono state circa 25.000 quelle respinte dall’Inps, e tra le più eloquenti ricordiamo quelle che si riferiscono al mancato riconoscimento dello stato di disoccupazione, che corrispondono al 60% delle totali. Per esempio chi ha lavorato anche un solo giorno con un voucher dopo la disoccupazione, potrebbe perdere il diritto ad accedere all’Ape sociale, come anche chi risulta disoccupato perché l’attività lavorativa è cessata in seguito alla scadenza naturale del contratto. Tutto ciò risulta essere una grande contraddizione, perché l’indennità di Ape sociale non esclude redditi da lavoro dipendente non superiori a 8000 euro o nel caso di lavoratori autonomi di 4.800 euro annui.
In molti altri casi, come per i lavoratori gravosi la cosa si fa ancora più complicata, dato che le richieste devono ricevere un doppio lasciapassare sia dall’Inail sia dal Ministero del Lavoro, e in molti casi di respingimento i patronati vengono costretti a effettuare indagini approfondite per risalire alla motivazione in tempi brevi (entro 30 giorni) per chiedere nuovamente l’esame della domanda.
Detto ciò, credo sia davanti gli occhi di tutti la necessità di andare alla fonte del problema, senza tentare di arginare questo disastro sociale. Il vero obiettivo rimane l’abolizione della Legge Fornero e non trovare ulteriori escamotage utili solo ad ingrassare le tasche delle banche e delle assicurazioni, come nel caso dell’Ape volontaria. In questo scenario è bene ricordare il ruolo svolto dai comitati esodati, Opzione donna, lavoratori precoci che chiedono a gran voce un’ulteriore salvaguardia (la nona tombale) che tuteli gli ultimi esclusi dalla Legge Fornero, utilizzando i 900 milioni di Euro destinati al Fosf ( fondo di formazione professionale) dal governo e parti sociali, diversamente da ricollocare all’Inps per emanare l’ultima salvaguardia.


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